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MI BATTEZZO. Ovvero: come mi presento.

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Mi battezzo. Battezzo me, non lo spazio. Me in questa nuova narrazione. I disordini del nostro tempo ci obbligano a prendere posizione, anche e soprattutto, nella rappresentazione di noi stessi. Dunque si cercano nuovi porti e per il momento decido di approdare qui.
Sin dal principio la mia vita si è intrecciata con un mistero; con una storia più grande di me che mi ha indubbiamente reso la persona che sono. Senza giudizio alcuno, puramente chi sono. Nessun ricordo di me esula da quel mistero, tanto da poterlo definire l’incipit della mia storia.

Il massimo del ricordo che ho dell’accaduto in sé, dell’incidente che conduce al mistero, è un Cicciobello nel passeggino che alcuni sconosciuti mi consegnavano per salutarmi e scusarsi della morte mancata. Dei loro visi non ricordo manco l’ombra. La luce dell’ospedale sì. Erano artisti di strada. Uno di loro non aveva agganciato bene in vita il contrappeso che gli serviva per l’equilibrio sul filo e, salendo giust’appunto dal palo dove ero io sulle spalle di mio padre, allora ancora padre, perse quel contrappeso di ferro che piombò sull’arcata sopracciliare destra, di taglio, della bimba a testa in sù, stordita dallo stupore: ovvero io. Per fortuna guardavo all’insù. Andai in coma per qualche giorno.Al ritorno da questo primissimo trasgressivo viaggio, avevo preso una bella botta. Bisognava operarmi, ricompormi l’osso e con grande sorpresa ci pensò la Madonna di Lourdes. Non ridete. E’ vero. Mia madre una notte la sognò, con le rose sui piedi ed il drappo azzurro, ed io non mi operai più. Il dottor Dioguardi lo disse a mia madre. Fu lui a dirgli che era inspiegabile e fu lui sicuramente a dirlo anche a me ma io non avevo l’età per registrare certi dati. Bastava il Cicciobello, allora. Dell’accaduto mi è rimasto solo un segno, una cicatrice che, a detta della mia memoria è sempre stata lì. Il resto andò miracolosamente a posto. Avevo 4 anni e da allora io e la Madonna di Lourdes abbiamo sempre viaggiato insieme.
No, non di certo per chiese o evocazioni. Semplicemente nella vita, nelle strade di ogni giorno; vicissitudini che ci hanno collegate, o meglio hanno collegato me a lei visto che nella storia è la più alta in grado, anche solo per anzianità. Educazione degli anni 80, questa. Così intorno ai 5 anni, avevo una copia della grotta di Massabielle nello spiazzale della falegnameria di mio padre; nella campagna del nonno Giovanni dove sarebbe sorta la casa nella quale vivo ancora oggi. Se mi affacciassi anche adesso alla porta, la luce mi condurrebbe alla Signora e a Bernadette, specchio in scala del mio personalissimo miracolo. Si narra che il giorno in cui Don Mario venne a benedire la grotta ci fosse il sole fino al momento della benedizione, quando apparve una nuvola e iniziò a piovere. Poche gocce ma significative. Io ricordo solo me e Isabella, mia cugina, vestite con i completini nuovi che nostra nonna, Mamamma, aveva comprato per noi dal Postalmarket. Se non sapete cos’è, è perchè siete giovani e forti. Allora era progresso. Ovviamente ricordo tutto ciò solo grazie all’esistenza della fotografia. Il resto vaga nell’oblio.

Da lì in poi non è mancata coincidenza. Lei c’è sempre stata. Io non ho mai visto la Madonna, ma di certo lei teneva, e tiene, d’occhio me.

L’incontro ravvicinato numero 2 è avvenuto nel 2000, 25 anni or sono, quando ho scoperto l’esistenza dell’etmoide. Sì lo so, non sapete cosa è. Meglio così. Io lo so solo perchè mio padre quell’anno, all’etmoide, ebbe un tumore. Il suo primo tumore. Non è una grande storia da raccontare, anche se il lieto fine ha molto a che fare con il punto di vista, ma di fatto quell’intervento malefico, quello in cui aprirono il cranio di mio padre come quello di un allegro chirurgo più evoluto, avvenne l’11 febbraio, sotto l’ala protettrice della Madonna di Lourdes nel giorno della sua ricorrenza. L’intervento fu un successo, contro una buona percentuale di previsione.

Da allora, ogni 11 febbraio vado a messa, l’ultima volta 4 giorni fa. Spunto da cui nasce questo dialogo esteriorizzato. Nella foto mia madre riceve l’unzione del malato, particolarità della messa dedicata alla Signora, protettrice dei malati. Di seguito toccherà a me, malata soprattutto nello spirito.

La terza coincidenza avviene l’anno successivo, 2001. Papà ritornerà in sala operatoria per asportare un altro pezzettino della sua testa, proprio nelle ore in cui le torri gemelle crolleranno. Dopo questa nuova prova, a luglio, decidiamo di andare tutti - ma proprio tutti, padre e reticenza inclusi - a ringraziare. Senza saperlo siamo arrivati proprio nel giorno più importante per la storia di Lourdes, il 16 luglio, giorno in cui si celebra l’ultima apparizione, la più importante, quella in cui la Signora rivela a Bernadette il dogma da poco stabilito dalla Chiesa: io sono l’Immacolata Concezione. Il giorno della prova provata. Lei, pastorella, non poteva saperlo. Ed onestamente manco noi. Chiaramente e come sempre, ricordo pochissimo di quel luglio 2001. Ricordo la confessione alla grotta, il bagno gelido nella vasca, la processione del malato ma vivissima resta in me ancora la percezione di quello spazio: un cratere, come una realtà nascosta, protetta da invisibili argini, su cui una porzione di cielo persiste pur cambiando continuamente. Un posto segreto, su una dimensione parallela che interseca la nostra. Come in un’opera di Escher.

Io non capisco mai quanta FEDE pongo in certi pensieri. Me lo chiedo da sola: Nicla, come ti poni davanti alla fede?
Ecco, io non riesco a pormi. Non ho evidentemente le carte in regola per non credere, cozzerei contro la mia storia. La me stessa, però, sa bene che è il fascino di questa enormità a prenderle il cuore, a regalarle questa rassicurante dolce aria protettrice. Sentire la presenza del Tutto, dell’infinito. Sì, ma a cosa crediamo io e me stessa?
E a questo, costantemente, non so rispondere.
Posso solo prendere atto della meraviglia che, ancora, dopo 40 anni, mi assale quando penso a questa storia, quando ricollego quei punti così poco saldi ma portanti sui quali si poggia la mia struttura più silenziosa, quella che tanto scalpita e freme.
Una grande meraviglia in cui rifletto, mi rifletto e nella quale riconosco molto di me.
Che sia fede o no, è un dono.
Io sono Nicla.

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CONFESSIONE SULL'EDUCAZIONE. Ovvero: io e l'otto marzo

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Vorrei fare una confessione; non perché sia in cerca di assoluzione ma semplicemente per fare un punto della situazione. A me stessa, parlando a voi.

In giornate come questa - 8 marzo giornata internazionale dei diritti delle donne - io mi sento un po’ a disagio. Non certo perché non condivida il senso, sia chiaro, ma perché è uno di quei giorni in cui sento che le parole vanno usate con un peso, un peso specifico pari al rispetto e all’estrema chiarezza.

E’ una di quelle giornate in cui per me il silenzio è la migliore forma di comunicazione; una di quelle giornate perfette per l’autoanalisi. Aggiornare a se stesse, ogni anno, a che punto si è con la propria lotta, con il proprio impegno, con il proprio schema di autodifesa. Con le questioni dell’essere donna tutti i giorni, insomma. Non dovrebbe essere necessario dirlo, eppure è ancora importante evidenziarlo, ma noi donne siamo costrette a pensare all’autodifesa, in una miriade incalcolabile di situazioni, cioè sempre.

Perché parlo di disagio? Perché durante le mie autoanalisi, passate e presenti, ho capito che in quel processo che si chiama crescita, io sono stata il primo essere ad aver avuto bisogno di educarsi per cambiare la propria visione della donna e di tutto quello che gira intorno alla parola.

Nell’età in cui ho iniziato a formulare pensieri più politici, la giornata internazionale per i diritti delle donne si chiamava “la festa della donna” (sì, lo so che succede ancora anche oggi ma facciamo finta che non sia ancora così) e il massimo degli eventi che il mondo in cui vivevo organizzava per la serata dell’8 marzo era l’uscita - finalmente - solo donne: andare in pizzeria ed assistere al famigerato spogliarello. Questo esempio di divertimento mi è sempre arrivato come una ricucitura sulla donna della visione maschile di divertimento, uno stereotipo proiettato, lo schema maschile di trasgressione come unico schema possibile. Infatti, le risposte che ricevevo ai perchè che dispensavo mediamente ruotavano intorno ad affermazioni come: “almeno una volta l’anno possiamo farlo anche noi”, “massì, oggi che tocca a noi” e “godiamocela un po’ questa vita”. Ed io ci rimanevo parecchio male, sia perchè continuavo a non trovarne il senso, sia perchè mia madre chiaramente non ci andava mai. Era sbagliato, punto. E non sbagliato in relazione alle donne stesse, magari! No, era sbagliato nei confronti della famiglia. Cosa deve dire la gente?"

Le mamme delle mie amiche delle elementari ci andavano e si divertivano anche perchè il 9 marzo, all’uscita di scuola, fioccavano sorrisi complici, come dopo una vittoria meritata. In fondo la scena non era manco male ma le mie emozioni si confondevano prepotentemente. Era questa l’emancipazione? Provavo vergogna. Per chi ci andava e per chi non ci andava, contemporaneamente. Provavo vergogna perchè sentivo che c’era qualcosa di molto sbagliato in tutta la visione della situazione.

Il mondo che mi circondava non solo non aveva coscienza, non aveva gli strumenti per crearsi quella coscienza. Ed io ci stavo in mezzo. Ci ho messo tanto a mettere i tasselli in ordine. Ci ho messo parecchio per capire l’errore alla base dello schema “uomo donna”, “padre madre”. Ci ho messo un po’ per capire quanto fossi identica ad un uomo in termini di diritti. Ci ho messo un po’ a capire che bisognava lottare per affermarsi come esseri umani alla pari, come persona con una voce ed un punto di vista. Una persona con dei bisogni.

Lo devo in parte alle mie sorelle, Susi in particolare, ma anche Isa mi ha molto aiutata a capire qual era la direzione da prendere. Noi non siamo cresciute insieme, io arrivo parecchio dopo. Le prime battaglie le hanno fatte loro due, io ho compiuto il lunghissimo scontro finale. Dai 16 anni fino a quando mio padre ha esalato l’ultimo respiro. Ho combattuto al meglio che potevo, fra quello che imparavo studiando, quello che imparavo dalle mie amiche “di città” con dinamiche familiari anni luce dalla mia e quello che imparavo soprattutto a casa, guardando a tutto ciò che non dovevo fare. Io sono andata nella direzione contraria al mio modello. So per certo che di questo non dovrò dar conto a Dio durante il giudizio universale perchè l’ho fatto già davanti a mio padre, quando, in agonia, pensava di avere la me diciassettenne davanti agli occhi. Mio padre è morto rimproverandomi e ricordandomi che sono stata una figlia difficile, troppo votata alla verità. Ho sempre combattuto sul terreno dell’onestà: è stato ed è il mio difetto più grande.

Eppure questo momento mi corre dietro spesso e volentieri, nonostante io sia certa che la mia non sia stata affatto cattiveria ma semplice autodifesa.

Dunque eccolo: il disagio. La mia coscienza di donna, diciamo femminista (termine che appunto non amo usare), è nata guardando principalmente a quello che non doveva essere, a quello che non dovevo assolutamente vivere sulla mia pelle: io sono una persona con diritti pari a chiunque altro, anche a qualunque altro uomo.

All’inizio ho vissuto tutto con grande violenza. “Statt Citt!”, “Stai zitta”: la mia voce non veniva mai ascoltata. Poi sono passata alla rabbia e di quella fatico ancora a liberarmi del tutto. Ho incolpato mio padre ed avevo ragione a farlo; ho incolpato mia madre ma forse qui ho avuto meno ragione. Mia madre non ha mai avuto gli strumenti per indicarci la via. E’ passata da figlia a moglie manco fosse un nuovo gioco, nessuno le ha mai aperto il mondo fuori e lei, colma di ingenuo amore, non pensava manco ci fosse un fuori, finchè non ha conosciuto uno dei lati più scomodi dell’amore. Da zero a cento a suon di schiaffi. A quarant’anni cercava già di stabilizzare la sua depressione. Io avevo 12 anni ed il mio modello finiva lì.

Non andrò oltre a raccontare da quante situazioni sono dovuta scappare ancora e ancora per formare la coscienza di donna che ho oggi; ora, nel preciso momento in cui scrivo. So solo che non è facile distruggere le gabbie mentali che la storia, la società, edificano dentro noi. So solo che il processo è ancora lunghissimo e lo si può disputare solo nelle aule dell’educazione. L’educazione che riceviamo e soprattutto quella che ci auto impartiamo e che riusciamo a trasmettere agli altri, attraverso scelte ben precise che devono essere prese in nome del rispetto e della giustizia, parole che non dovrebbero abbandonarci mai.

E’ dura da ammettere ma io sono ancora in fase di educazione ed è per questo che oggi sento in maniera ancora più forte il peso delle parole.

Confessarlo a voi, per confessarlo a me, mi sembra un notevole punto di partenza.

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Esercizio -in forse- di presenza mentale. Ovvero: selezionare asparagi

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Vivo a caccia di concentrazione. Di notte sogno l'attenzione perfetta: il momento in cui afferri tutto senza afferrare niente. Di giorno vivo l'attenzione imperfetta: saltare da un'attività all'altra in maniera insufficiente. Da quando ho identificato la pecca, mi sono affidata ad altisonanti nomi per sentirmi meno sola. Per provarci, insomma.

Nel suo “Il miracolo della presenza mentale”, il monaco Thich Nhat Hanh - uno degli altisonanti - insegna che fra le discipline essenziali per esercitarsi alla presenza mentale c'è il “lavare i piatti per lavare i piatti”. Cito: "significa che mentre si lavavano i piatti bisognerebbe essere pienamente consapevoli di stare lavando i piatti. Il fatto di essere qui a lavare queste scodelle è una meravigliosa realtà. Sono pienamente me stesso, conscio della mia presenza e conscio dei miei pensieri e delle mie azioni. Nulla può sballottarmi qua e là a suo piacere". Quadra no?

In alcuni periodi dell'anno mi sottopongo alla tortura del mio personalissimo esercizio di presenza: l'asparago. La definisco tortura perché un po' lo è. Restare ferme in un posto per un tempo immemore è per le mie fibre molto difficile. Le sento dentro scalpitare mentre vorrebbero vivere il “contemporaneamente”. Andare a preparare un tè, lavarsi i capelli, mettere la carta forno nella friggitrice ad aria ed una varietà di cose che si potrebbero sovrapporre serenamente se di Nicla ve ne fossero tre o forse quattro o forse infinite Nicla. Questo vizio, sviluppato crescendo, è diventato un cancro, il cancro della concentrazione. La divora a ritmo costante, erodendola di morso in morso come fosse una costa esposta al maestrale. Io come un medicinale omeopatico provo a contrastarlo ingannandomi.

L'asparago è il banco.

Vuoto il raccolto, cosa che ammetto mi emoziona, lavo e divido l'offerta a seconda della destinazione, passando attraverso dimensioni e consistenze. Guardo lo spazio, guardo la confusione, inspiro ed espiro e mi concentro solo sulle scie verdi. I più piccoli finiscono in padella, i più grandi conservati in tazze ei medi in bicchiere, accertandosi di cestinare fili e pagliuzze sconsigliati.

Cosa resta di me e cosa resta dell'asparago in quest'operazione sottile ed infinita?

L'uno è tutto, tutto è uno. Thich Nhat Hanh dice: " ricordate una semplice e antica verità: il soggetto conoscente non può esistere indipendentemente dall'oggetto conosciuto. Quando pratichiamo la presenza mentale degli oggetti esterni, la conoscenza di questi oggetti è mente".

L'oggetto è mente. Tutto diventa mente, tutto resta mente. Non sono in grado di valutare se l'esercizio riesca. Capisco cosa voglia dire Thich Nhat Hanh ma non lo afferro. Mi concentro sugli asparagi, riesco anche a restare lì fino alla fine dell'operazione, sono presente, li apprezzo, mi apprezzo, li scordo, scordo me stesso ma inevitabilmente creo immagini. Ritorno sugli asparagi, divido, seziono e un'immagine mi appare. Quindi che, intendendola come forma di meditazione, dovrei afferrare il pensiero, accoglierlo e metterlo da parte ma… ma come si fa con le immagini? Cosa si fa quando la mente produce fotografie? Ti arrendi? La verità è che quelle immagini le ricordo. Ed è qui che il mio esercizio non regge. Immaginare azioni future significa non vivere il presente, discostarsi. Farsi risucchiare da un tempo che non solo non verrà ma non esisterà mai: il futuro. Esiste solo il presente, il presentissimo. Però non posso fare a meno di “immaginare immagini” e allora mi dominio se non siano fotografie dell'interdipendenza, dell'indivisibile grande corpo della realtà, dell'appartenenza, della reciprocità, della meditazione. L'asparago è me, io sono l'asparago; siamo una ragnatela.

Acquieto così il mio giudizio, pensando che queste fotografie non sono che immagini della mia mente che, mentendo, esiste e vado a preparare una frittata.


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Marsiglia. Ovvero: come non troverete alcun consiglio di viaggio.

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Marsiglia

Ovvero: come non troverete nessun consiglio di viaggio.

C’è del viaggio in questo “caso”. Può apparire bislacco questo incipit, eppure è proprio così che è andata.
Certe decisioni le prende per te il prezzo di un volo, il resto lo costruisci sulla consapevolezza che il valore di un luogo filtra attraverso il modo in cui si guarda alla vita.
Marsiglia, prima tappa di questo saluto al 2024, il posto scelto dal caso, si dimostra da subito il posto giusto al momento giusto. Era il 29 dicembre e per la prima nel 2024 succedeva qualcosa di giusto. Commozione e applausi.
L’idea non era tanto quella di visitare un posto nuovo, quanto piuttosto quella di lasciarsi andare al “quel che viene”, politica d’autodifesa sviluppata negli ultimi decenni dalle sorelle Sisto. Non un avvicendarsi di luoghi da raggiungere e marcare, quanto un procedere sentimentale e sentito verso un luogo ma standoci all’interno, provando a sintonizzarsi al suo scorrere, al suo tempo, al suo avanzare. Procedere attraverso piccole azioni, anticipate da piccole decisioni: piccoli slanci al movimento della ruota. L’affannarsi non è più compatibile con le nostre memorie, la mia e quella di Susi; le esperienze si sovrappongono, non sedimentano. Porsi in maniera vuota, scevra d’aspettative, riserva sempre delle sorprese.
Forse, molto più semplicemente, potremmo riassumerlo in un “mettersi in ascolto”, in un tendere l’orecchio verso.
Ciò che a Marsiglia non si può fare a meno di ascoltare è la luce. Marsiglia è la sua luce. Non mi ero mai chiesta quali fossero gli ingredienti: qual è la ricetta che rende la luce di un posto diversa da quella di un’altro? Non aspettatevi la risposta, non la conosco; so solo per certo che, benché io non conosca le cause, sono ben conscia degli effetti: la luce è caratterizzante. Quella di Marsiglia è creatrice, ha un potere: alleggerisce e addensa, ricalca e cancella. Impatta.
Infatti è talmente viscerale il rapporto con la luce che appena si presenta, marsigliesi e non, vi si espongono. Come girasoli, come lucertole, come essere mortali votati all’universale o anche all’immensità del “cazzo che me ne frega” - per citare un po’ di magro pop italiano- se si pone al centro il forte senso di libertà che solo la luce sa donare. L’oscurità è trappola; la luce è respiro, flusso, appartenenza.
Infatti a Marsiglia senti di appartenere. No che lei appartenga a te ma che tu appartieni a lei. E’ ospitale, non solo in senso canonico, ma appunto nella sua luce che avvolge, ti avvolge, si allinea alle tue funzioni. Anche quando grida non è violenta: sussurra sempre, suggerisce. Tramuta tutto in sguardo. E tu stesso ti fai sguardo, oltre che appartenenza, risultando così un modo per guardarsi dentro.
Ha ragione Izzo quando scrive che Marsiglia non è una città per turisti. Marsiglia è per chi cerca qualcosa. E’ un approdo: storicamente, commercialmente, metaforicamente. Un varco, un passaggio, un passaporto - sempre per citare Izzo nel suo Aglio, menta e basilico.
Anima eterogenea, anima portuale.
La leggenda dice che è figlia dell’amore, quello di Gipsy, figlia del re ligure Nanno, e Protis, marinaio greco in cerca di fortuna. Per me è figlia della luminosità, di quel potere rassicurante e salvifico che la luce ha. Sarà per questo che Marsiglia si lascia subito sentire come casa. Aria, volti, odori, risate familiari, a testimoniare che, da qualunque parte del mondo si provenga, siamo figli dell’umanità che, in luoghi come questi - non frontiere ma punti di incontro - si fanno luce e quindi sguardo. Sul mondo, su noi stessi.
Affido dunque a questo sguardo la guida del mio ultimo giorno del 2024. Lo seguo ovunque mi porti, lo lascio condurre così a 50 mm, non interferisco: mi lascio ferire. Cedo al mio sguardo il controllo delle mie gambe, dei miei piedi: andiamo alla ricerca della Champagnotta per il festeggiamento, giù per i mercati alla ricerca degli slip rossi da indossare come da tradizione, scendiamo verso il mare, in questo sali scendi che è Marsiglia, con in mente dei frontini di buon anno che non troveremo mai ma che saranno sostituiti da splendidi cappellini di buon compleanno. Una luce divina ci coglierà alla Cattedrale La Major irradiata da bambini che giocano a calcio in un campo da basket, e dopo aver pregato per un anno migliore risaliremo verso il Panier, dove incontreremo una strega, travestita da barattiera, che ci parlerà di quando ha visto la Madonna e di come sta progettando la rivoluzione contro il sistema, una rivoluzione che si combatterà con cerbottane cariche a veleno per non lasciare traccia della provenienza. Custoditi fra le sue mani, troveremo gli opercoli che tanto stavamo cercando: gli occhi di Santa Lucia, per vederci più chiaro nell’oscuro futuro; per proteggerci. E da lì, schiacciate in un pullman che si lancia compresso in ripide salite, raggiungeremo Notre Dame de la Gare per vedere il sole affogare nei suoi stessi riflessi, nei ricordi di un anno che ha fatto parecchio male, di quell’anno che mi ha messo nuovamente di fronte ai limiti della mia sensibilità e alla complessità della mia mente. L’anno dell’autoimmunità scatenata dalle mie paure. L’anno in cui mi sono aggredita di nuovo; l’anno in cui ho iniziato a mangiare la mia pelle, il mio involucro; la pelle delle mie radici, la pelle dei miei piedi. Al buio rotoliamo giù dal Montée de la Bonne Mère verso la Bouillabaisse, la zuppa di pesce, più buona di Marsiglia, con un pane all’aglio che solo la Madonna sa. E faremo festa, lasciandoci alle spalle tutte le confezioni di Clobesol unguento spalmate sulla psoriasi, le splendide siringhe di Reumaflex, chemioterapico simpatico, le foline, le statine e tutte le ine che mi hanno rinfilato. E di sicuro una compagna migliore di mia sorella, della mia Susi cara, mai ci sarà; mai con nessuno potrò essere così libera come con la persona che mi ha insegnato l’amore per i viaggi, l’amore per gli sconosciuti, l’amore per la scoperta, l’amore per la differenza, l’amore per il mondo da cui vengo. Con Susi, ogni pezzo di mondo può diventare il mio mondo e se questo mondo si chiama Marsiaglia poi, con la sua anima del sud pari alla nostra, diventa indubbiamente casa, il luogo dove abbracciare chiunque per auguragli un anno nuovo, distribuire stelle filanti accese a delle splendidi diciottenni tutte nostre sorelle, ballare fuori ad un locale come fosse la tua festa di compleanno e importunare gente, importunarla per scambiarsi un sorriso, un sorriso luminoso che ci riporti tutti in pace.
Un sorriso luminoso che ci riporti tutti alla luce, quella che ha reso la prima tappa del nostro viaggio uno specchio speciale in cui guardarsi.

Potete vedere le foto nella sezione Worldviews in questo sito.

A Marsiglia, a Susi, alla mia testa.

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In Portogallo: storia di un viaggio.

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Come una pillola a rilascio prolungato, il Portogallo diluisce il suo effetto nel tempo. Lentamente rilascia nel corpo costanti dosi di entusiasmo, affidandosi non di certo ad un effetto “wow” ma ad un livello di affezione che progressivamente cresce man mano che ne si scopre l’identità.

Identità che continua a svelarsi poi fra pensieri, ricordi, sogni e dormiveglia, prolungando l’effetto del viaggio fino a data da destinarsi e concedendo così al Portogallo lo status di luogo in cui ritornare.

Probabilmente può definirsi un viaggio, il nostro, in antitesi con le dinamiche che l’attuale cultura massificata del viaggio e del viaggiare cerca di inculcarci, inculandoci. E’ un po’ polemico questo indelicato termine ma non ci si può esimere dal notare come oggi viaggiare sia mostrare, ricalcare posti profanati dalla notorietà di qualcuno, piuttosto che di un altro; testimoniare di esserci stati, d’aver emulato una decina di enigmatici tag. Sembra tutto finalizzato ad un riquadro, all’esclusione di tutto ciò che è reale dal profetizzato. Il mondo non è mio, né di pochi eletti (ogni riferimento è puramente casuale) ma assistere a questa profanazione, a questo “non in nome della conoscenza”, fa male al mio debole cuore ancora votato alla ricerca, alla scoperta. Nessuna assurdità certo, nessun trend altrettanto, solo ordinarietà di uno spazio altro dal mio. Un mondo che si svolge, si srotola allo sguardo, si concede sussurrando intimamente e infine si racconta quando si ricompongono i tasselli, si ascoltano le voci delle vie più disordinate, ci si ritrova nei posti con poche recensioni o poca pubblicità. Nei luoghi comuni, insomma, che di luogo comune hanno ben poco.

Come una cura arriva una sorta di rassicurazione, una carezza che riporta fiducia. E’ nella scelta il principio attivo. La possibilità di scelta è quanto ancora permette di difenderci a patto che anche il contesto lotti. Il Portogallo, con un’identità ancora tenuta a cuore, un’eterogeneità mostrata con orgoglio nonostante il discutibile passato da conquistatori e coloni e una cazzutaggine (che termine sociologico!) dimostrata dalle personalità incontrate, si difende e si fa guarigione.

Ma questo non è il racconto di una terra, non vuole peccare di oggettività né astrarre alcun sapere, vuole essere una traccia del risultato di una somma: due sorelle, le loro scelte, la voglia di ascoltare la vita e l’insieme di storia, geografia e cultura dalle quali l’identità del Portogallo si costruisce.

Ne è risultato un viaggio in cui siamo state a nostro agio, denso di emozioni forti ma in piccole ordinarie avventure. Una dimensione da gita fuori porta che fa tanto anche casa. Abbiamo optato per spostamenti brevi in modo da avere soste più lunghe e così da non avere la sensazione di depennare una lista ma provare a farci un’idea che, sebben superficiale, fosse quantomeno personale. La scelta delle tappe è stata preceduta da una ricerca sulle macro tematiche note del paese per non fare incetta di alcuni aspetti a discapito di altri. Una serie di assaggi per avere un’idea più completa del menu, relativa ma attendibile: religiosità, varietà paesaggistica, multiculturalismo, cultura, gastronomia, rapporto con l’acqua.

E’ la Yaris Cross a guidarci, la macchina del destino. E’ lei a noleggiare noi dato che, per il terzo viaggio consecutivo, noleggiamo una, ritiriamo lei. Sarà indubbiamente innamorata di mia sorella - innamorata e corrisposta - dato che io a stento riconosco la mia e considero le auto un mezzo per andare da “A” a “B” o, come in questo caso da “A” ad “A” dato il giro circolare che, in perfetta filosofia sorelle Sisto, ci apprestiamo a fare. Da Porto a Porto, attraversando due terzi di questo paese che appare piccolo quando invece è solo stretto ma piuttosto lungo.

Dritte verso nord, nella regione del Minho, luogo in cui la spiritualità e la cristianità - in linea e anche un po’ in competizione con la confinante Galizia e il santuario di Santiago de Compostola - del Portogallo sono protagoniste della storia e della cultura, nonché la regione più antica del paese. Prima di raggiungere la nostra pensione, andiamo dritte al cuore, a uno dei santuari più belli della cittadina di Braga, capoluogo della regione (città che spesso scapperà a Praga in nome della dislessia famigliare che ci contraddistingue): il santuario de Bom Jesus do Monte. Immerso in una natura silenziosa e pacifica, il santuario sorge alla vetta di una scalinata di circa 600 gradini, tutta barocco, rococò e neoclassico che fa anche da centro fitness e che serpeggia fra le pene della via crucis di cui vuole essere memoria. All’interno uno scenografico altare tridimensionale riproduce il Golgotà. Cioè la crocifissione è proprio lì, a grandezza d’uomo; ci sono Gesù e i due ladroni in croce, le tre Maria e San Giovanni ed una serie di giudei, in svariate pose realistiche, ai piedi delle croci. Ammetto di non aver mai visto un simile altare, quindi personalmente incasso il primo piacevole colpo, accendo una candela ed esco a cercare la funicolare idraulica più antica del mondo che continua ad accompagnare i fedeli quassù. Mi fermo ad osservarne il funzionamento: il macchinista drena l’acqua attraverso una valvola meccanica; gira e gira e gira; l’acqua riempie la parte sottostante della carrozza e quando il giusto peso viene raggiungo, la forza di gravità attiva il sistema di carrucole che fa scendere la carrozza e permette a quella in direzione contraria di salire. C’è del romanticismo in questa vecchia espressione di progresso e l’entusiasmo della famigliola che si appresta a scendere, benedice tutta la scena con un tocco di ingenuità. Discendiamo il monte ed il primo parcheggio sotterraneo millimetrico ci aspetta, sotto il centro commerciale in cui è ubicata la nostra pensione. Sì, all’interno di un centro commerciale! Di Braga vi racconterò poco perché internet non mente sulla bellezza di questa città piena di chiese e storia, pietra e azulejos, e dove i rintocchi all’unisono delle campane sono la colonna sonora della puntata, ma di questa pensione sì. Mi è piaciuto soggiornare qui, dove c’erano pochi turisti e molti abitanti, a colazione tanti pigiami e poche havanaias, i ventilatoti degli anni 80 in sala che facevano circolare un’aria dai ricordi di casa, la radio con le news in sottofondo e tanta umanità pensierosa. La sera, quando le serrande del Braga Shopping erano abbassare, si accedeva mostrando la chiave al videocitofono - appena sfiorato - dell’ingresso principale, quello in Praça da Repubblica e la serranda si alzava. Perfetto. Ed è in questo centro commerciale che abbiano scoperto i Pingo Doce, la catena di supermercati che ci ha fatto da dispensa di casa per tutti i quindici giorni e tutte le tappe. Onnipresenti, una garanzia! Grandissima nota di merito va anche a “A Favorita”, una pastelaria in centro dove gustare un favoloso vinho verde della casa e una frigideira, un rustico ripieno di carne, molto gustoso; un locale dall’atmosfera di bar di quartiere, in cui tutti conoscono tutti e in cui i piccioni, golosi avventori di briciole di sfoglia burrosa, beccano su un pavimento che fa casa della zia.

Prima di giungere a Lamego, passiamo da Guimarães, culla della nazione. Ci prendiamo il tempo per guardarci intorno, salire al castello, luogo in cui si è disputata la battaglia per l’indipendenza, e godere di un parco naturale animato da gentili visitatori, giovane coppie in cerca del tramonto e famiglie di bimbi in corsa. Si scende lentamente in una cittadina ordinata, dall’aspetto medievale ma di gusto moderno. Un freschetto piacevole accompagna la sera e ci spostiamo verso la Valle del Douro, regione di Trás-Os-Montes, dove le montagne del nord lasciano spazio a colline scavate a canyon dal fluire del Douro, trasformate in ordinate filare di viti. Tutto un vitigno. Arriviamo quando non c’è più luce, la valle si svelerà l’indomani, quando andremo verso Pinhao, attraversando la EN222, la strada panoramica che partendo da Vila Real, percorre la valle costeggiando il grande fiume. Per godere a pieno della valle e osservarla da più punti di vista, a Pinhao decidiamo di prendere il treno che costeggia il fiume e che si addentra nella valle fino al confine con la Spagna e poi tornare indietro. Mi sento in un’altra epoca su questo rumorosissimo treno; siamo talmente a ridosso del fiume che pare di esserci dentro. Ponti metallici creano in alcuni punti più livelli visivi, le barche sfregiamo sotto la pancia del treno come fossimo a bordo di un mostro marino in difficoltà. Arranca in alcuni tratti e pare arrampicarsi ad un passato che non vuole far andare. Intorno il gigantesco vitigno inebria, precisamente come il vino che produrrà, vino che qui in Portogallo è sempre una garanzia. E lo è anche quello del ristorante dove ci fermeremo a pranzo, gustando una Picana favolosa, accompagnata da riso, fagioli neri e ananas grigliata, un’elogio al Brasile, paese che ha dato i natali a quasi un terzo della popolazione portoghese rappresentando la comunità di immigrati più numerosa, complici lingua e storia comune e le politiche permissive. Rientrando verso Lamego, dove alloggiamo in un campeggio dallo stile coloniale, la Golden Hour completa la magia e il tramonto lo godiamo dal sagrato del santuario de Nossa Sehnora do Remedio, ribattezzata “ o quanto meno della pezza a colori”, ad indicare la volontà d’accontentarsi anche di un mezzo miracolo. Umorismo blasfemo a parte, se Bom Jesus Do Monte m’aveva affascinata per l’altare, questo mi affascina per la scalinata. Lo stile è quello di Bom Jesus ma è così perfettamente integrata nel paesaggio, alla fine dell’Avenida Alfredo Sousa e abbarbicata al Monte de Santo Estêvão, da non sembrare opera delle mani dell’uomo. Anche lei serpeggia a più livelli sembrando uno di quei mondi impossibili della realtà di Escher, con l’uso delle azulejos però. Visto di giorno, visto di notte, questo santuario è quel tipo di bellezza che per me si trasforma in un ricordo sensoriale indimenticabile. La mattina dopo ripartiamo da qui, per vederne l’interno e giungere giusto pochi minuti prima della benedizione ai fedeli “che scende su di noi e con noi rimane sempre”, discendiamo la scalinata per camminare, in una tranquilla domenica mattina popolata di fedeli e boy scout di ogni età, per le vie cittadine. Ci fermiamo in un locale per comprare la famosa Bola di Lamego, un calzone ripieno di bacallhau che non potevamo perderci. Lo riceveremo “freschino freschino” dalle mani - che lo stavano appena preparando - del corrispettivo portoghese di Angelina del bar Gigino di Carbonara. Stessa grinta, stessa scuola di sacrificio. Donne di un tempo, dalle idee chiare. Non è stata da subito amorevole, totalmente in linea con quanto il ruolo le ha insegnato, ma alla fine si è sciolta in un abbraccio da selfie che ci ha portato a baci e buone fortune varie. Caffè e giù verso il centro del Portogallo, verso Coimbra, senza non prima perdersi in una delle nostre piacevoli fisse in tema paesaggi: la confluenza. E qui in Portogallo di acqua ce n’è. Seguendo Google Maps, finiamo in un punto splendido, al Foz do Dao Bar, dove il Dao, il Mondego e il Rio Cris, si incontrano a dar vita ad uno scenario lagunare che fa bene all’anima. Al bar si arriva percorrendo una lingua di terra fra alberi e acqua e canne al vento e uccelli e si entra dopo che con un colpo di clacson ti aprano la sbarra. Qui un bianco della valle del Dao si fa d’obbligo e quasi dimentichiamo che ci aspettano tre ore di macchina ed è tempo di andare. Lasciamo il distretto di Viseu per entrare in quello di Coimbra, regione Beiras e mi fa ridere pensare che questo confine sia sul letto del fiume.

Ad attenderci a Coimbra c’è Carlos, il proprietario dell’appartamento, un personaggio sui generis dai modi di fare filo partenopei. Mia sorella si ritrova alle prese con l’ennesimo parcheggio sotterraneo e mentre l’aspettiamo al meno 4, Carlos mi lancia sguardi perplessi. Lo rassicuro con altrettanti sguardi e pochi fruscii di gomme dopo, quando vede la Yaris parcheggiarsi fra un Tetris di colonne, mi guarda e dice: “good, good, Filomena good driver”. “Carlos, amore di zia, non essere così prevenuto”: gli dico in perfetto italiano ma con un sorriso che dice tutt’altro assecondando la sua sorpresa. Coimbra non ha bisogno di molte presentazioni. Ci affidiamo alle parole di Josè Saramago in “Viaggio in Portogallo”- emotivamente il miglior resoconto di viaggio che abbia mai letto - per portarci al succo: “città di provincia con due teste, una propria e l’altra aggiunta, zeppa di sapere e di qualche immateriale prodigio”. Pullula di tanta gioventù, Coimbra. Infatti è sede della più antica università del paese; nelle strade (e fra i sali scendi caratteristici delle città portoghesi) gli studenti fanno sfoggio delle loro divise e di scenografici harrypotteriani mantelli, fra meravigliosi antichi edifici, portali, torri dell’orologio e chiese. Mentre il fantasy prende il sopravvento, la mia attenzione bruciata dal sole in Paço Das Escolas viene attratta da omini colorati con in capo la tocca, stretti fra le mani dei numerosi visitatori. Come indizi, mi conducono a Samantha, personalità estremamente interessante che diventa la mia Coimbra. Studentessa italiana trasferitasi in Portogallo dopo l’Erasmus, ha messo su - oltre a studiare e fare la guida turistica - questa piccola attività, un commercio di penne dai colori delle varie facoltà che personalizza trasformandole in souvenir di simpatico spessore. Ci racconta che il Portogallo ha delle politiche sociali ed economiche interessanti, agevolazioni fiscali per piccole attività come la sua, salario minimo relazionato al titolo di studi, associazioni studentesche molto attive in difesa della democratizzazione dello studio, della lotta di classe e di genere in contrapposizione alla destra in ascesa; ci racconta delle republicas, case studentesche, e della situazione degli immobili in città, sempre più scarsi e a costi esorbitanti a causa del turismo. Ha una grandissima energia Samantha e mi trasmette un fervore che mi sembra appartenere alla città intera, così politicamente esposta, così in partecipazione col mondo che rappresenta. Come essere all’interno di un grande cervello in attività che si lascia osservare nudo. Le scritte sui muri delle Republicas, gli oggetti appesi come trofei impiccati ai balconi o alle inferiate, le bandiere sventolanti sui tetti di queste basse intricate case in bilico, raccontano chiaramente da quale parte stanno e, quando siamo ormai fuori dalla zona universitaria e camminiamo nella vegetazione del Giardino Botanico - in particolare nella sua foresta di bambù - il fervore che ho sentito si rafforza, trovando in questa pace dei sensi il contrappeso della natura, necessario per radicare in me un’esperienza molto bella. Prima di lasciare la città, nel centro storico incontriamo un gruppo di studenti esibirsi in una “serenate”, esibizione di fado portoghese dedicate all’amore o a momenti speciali del percorso universitario. Questi gruppi si chiamano Tunas Academicas e ce n’è uno per ogni facoltà. Questo gruppo, della facoltà di farmacia, ha dedicata la serenata a mia sorella. Io la vedevo oscillare in mantello davanti ad un romantico giovanotto inginocchiato che, tenendole la mano, la guidava in questo moto oscillatorio. Ho riso non poco! Intorno a Susi Potter, “guitarras portuguesas” e altri strumenti accompagnavano la scena autenticamente turistica ma comunque narrativa. Sì, c’era qualcosa di significativo! Riemergiamo dal sotterraneo labirinto e siamo in strada, fra le querce e i sempre vivi, nella strada che ci porta fuori dalla regione Beiras e ci conduce nella regione dell’Alentejo.

All’altezza di Abrantes, la strada da autostradale si fa interna e lo spettacolo delle innumerevoli querce da sughero - caratteristiche della zona - si mostra subito, presentandomi un albero che non conoscevo dal vivo. Oltre ad avere una forma imponente ed una chioma foltissima di foglioline verdi e gialle, ha un tronco “narrativo”: alcune parti sono asportate perché usate nell’artigianato locale svelando un tronco sottile ed elegante, altri parti sono ricoperti da una consistenza spugnosa, tipo un muschio legnoso o un legno muschioso. Mi fermo a guardarle da vicino. E’ ancora la golden hour a illuminare questo nostro passaggio e vi posso garantire che i tronchi da sughero colpiti da questa luce, restituiscono un rosso arancio paradisiaco. Tutto intorno, nel finestrino, nei nostri occhi si imprime un passaggio infuocato di vita che, nelle nostre memorie, non si spegnerà mai più. Arriviamo ad Evora ubriache di una bellezza indicibile, mentre ascoltiamo Nininho, il Gipsy King portoghese che, scoperto su Spotify qualche giorno prima, è diventato colonna sonora di uno dei passaggi in macchina più belli di sempre. Evora ci accoglie distrutte, ma una cena sfiziosa si fa da primo incontro con questa regione e una bottiglia di bianco “denominaçao de origem Alentejo” ci introduce all’ agriturismo che ci farà da casa. Ci svegliamo in una natura cocente già di primo mattino. Questi in Alentejo saranno i giorni roventi del nostro viaggio, in questa distesa di terra che non ha ombra. Dedichiamo la nostra giornata alla natura che qui è romantica, morbida, accomodante. E’ molto personale questa sensazione. Quando mi capita di assistere a spettacoli mozzafiato della natura, vengo sempre e in qualche modo anche spaventata. Capite che mi piace poco la vertigine ma ci sono posti in cui la natura è splendida per la sua docilità, quantomeno visiva, che sembra abbracciarti e non spaventarti sottraendosi al legittimo gioco di forza che non vogliamo capire. Mi piace lo stupore ma non sempre. Ecco, l’Alentejo è il mio “non sempre” del Portogallo: curve dolci, altezze lievi, colori estremamente caldi, margini ampi, vista infinita. Così è la zona di Alqueva, uno dei più grandi bacini artificiali d’Europa. 250 km quadrati risultanti dalla costruzione di una diga sul Guardiana, il fiume che alimenta questo controverso progetto ingegneristico iniziati negli anni 90 e terminato nel 2002 e che ha trasformato una “terra deserta” - traduzione del termine Alqueva - in un mondo nuovo. Infatti in “Viaggio in Portogallo” di Saramago, questo lago non esiste e mi manca leggere le sue annotazioni così articolatamente romanzate. Raggiungiamo la spiaggia fluviale di Amieira per farci un’idea dell’identità turistica che la diga ha conferito a questo ex “deserto”. La luce è talmente forte qui da impedire agli occhi di aprirsi del tutto anche dietro le lenti scure degli occhiali indispensabili, poco aiutati inoltre dalle gocce di sudore che i 40 gradi alle 10 del mattino producono. Piano piano metto a fuoco la situazione e ne vengo sensibilmente stupita: la spiaggia offre tutti i servizi necessari e tutti gratuiti - bagni, docce, zone di ombra, zone per cani, posaceneri a cono, discese per diversamente abili e così via. Tutto ordinato e rispettato come da dovuta riconoscenza. Ci immergiamo nelle acque piene di vegetazione subacquea ma nessuno sollievo arriva, anzi mi percepisco come una bustina di te in un’enorme tazza decorata a luce. Al raggiungimento dei 50 gradi, umidità 600%, decidiamo di “sfebbrare” sedute al piccolo ristorante della spiaggia dove, dalla terrazza, godiamo a pieno dei riflessi accecanti del due di pomeriggio. E’ tutto soffocante sì ma è uno stato meraviglioso da percepire, fisicamente, a livello di rilassamento muscolare. Mi riporta ai giorni sul Mar Morto, ma senza il sale. Quando stiamo per passare allo stato liquido, decidiamo di riprendere l’esplorazione della zona e le dolci curve ci portano a “miradouros” che ci danno un’idea complessiva di come l’acqua abbia plasmato il territorio e di quanto il fluire sia uno dei segreti della trasformazione, del cambiamento. Mi domando però anche a quanto si sarà rinunciato per mettere in atto una simile rivoluzione, dettata dalla forte siccità che caratterizzava la zona, sia in termini paesaggistici che della popolazione. Chiaramente non conosco la risposta né conosco il volto precedente di questa regione ma la domanda affiora lecita.
Proseguiamo alla volta di Monsaraz, uno dei tanti villaggi dell’Alentejo dall’aspetto medievale e ben curato. Da qui ammiriamo in tutto il suo splendore le numerose insenature che compongono questo irregolare lago, le quali, viste da qui, sembrano tanti gechi in fuga da un raggruppamento centrale. Il silenzio è nascosto sotto il frinire delle cicale che qui devono essere di una quantità spropositata. In paese ci accoglie un gruppetto di anziani seduto su un muretto in cima a questo infinito panorama rosa. Si stanno rinfrescando al dolce vento della sera. Accogliere forse è il termine sbagliato, dato che gli appariamo totalmente indifferenti, forse miraggio residuo della calura infernale del giorno ma io non posso fare a meno di rivedere in loro le “comare” pugliesi, sedute sull’uscio della casa a piano strada a Carbonara. Non rifiutano la mia fotografia ma al contempo sento in toto il potere dell’indifferenza, anche se in realtà la cosa non mi sorprende perché l’Alentejo non mi ha regalato molti sorrisi e gentilezza. Sicuramente sfortuna mia ma ripenso a tutte le persone incontrate a nord e una piccola differenza si genera. Ci fermiamo a cena per provare la famosa “Migas” alentejana, un piatto della cucina popolare fatto di pane raffermo, aglio, olio e grasso di maiale. Una specie di morbida polpetta di pane dalla forma romboidale, carica ad aglio ma infinitamente buona. Quando ripartiamo alla volta dell’agriturismo, scopriamo un cielo talmente pieno di stelle da infondere speranza e, favorite dal buio che ci circonda, senza illuminazioni cittadine o che, ci regalano un tocco di poesia indimenticabile. Al mattino ci immergiamo nella visita di Evoca, capoluogo della regione e luogo ambito sin dalla preistoria, infatti tutte le dominazioni, come stratificazioni, sono rintracciabili qui, in questa città che sembra anche un po’ Messico a causa della sua accecante esposizione al sole. Visitiamo la cattedrale - Sè di Evora- la più grande del Portogallo ma è la Cappela Dos Ossos il luogo che vogliamo raggiungere, incuriosite da quanto scrive Saramago nell’opera già citata e che qui vi riporto: “[…] l’ordinamento architettonico di resti umani, talmente numerosi che finiscono per perdere ogni sensibile significato. […] con ossa sparpagliate a casaccio, recuperate dalle fosse comuni, mentre i frati, le maniche rimboccate, cercano una tibia da far entrare in questo buco, una costola per sostenere le arcate, un cranio per dare un tocco finale. No, e poi no. E voi, ossa, che siete lì, perché non vi ribellate?”. Io lo trovo un luogo dal fascino indiscutibile in cui riflettere sulla nostra natura minerale e passeggiare in una sorta di puzzle del destino umano. Un pennellino esplicativo recita un sonetto di A.A. Teres, priore, fra il 1848 e il 1848, del convento di san Francesco dove la cappella è annessa: “dove stai andando così di fretta, viaggiatore? Fermati, non procedere oltre; […] rifletti, sei così influenzato dal destino. Tra le tante preoccupazioni del mondo, così poco rifletti sulla morte. Se per caso dai un’occhiata a questo posto, fermati per il bene del tuo viaggio. Più ti fermi, più progredirai.” Caro Saramago, sta in questo intento la risposta alla tua domanda. Non si ribellano perché c’è dignità in quello che vogliono rappresentare e devo dirti, amico mio viaggiatore, che questo posto non mi dispiace affatto.

Lasciamo Evora nel pomeriggio e ci incamminiamo verso Lisbona, città che non ha bisogno di presentazioni e che sarà la nostra prossima tappa. Il sole inizia la sua discesa mentre percorriamo l’autostrada circondate dalle ultime querce da sughero che ci salutano ancora infuocate e quando il sole si fa quasi basso, arriviamo al ponte 25 de April che ci regala un ingresso in città altamente cinematografico: una tensostruttura a 6 corsie sospesa sull’immenso Tejo che si prepara ad incontrare l’oceano, il Cristo Redentore che ci appare di spalle immenso sulla destra, le luci da metropoli che iniziano a raffreddare la vista, intromettendosi nell’arancione ormai calante ed il lettore che riproduce “Black Water” degli Octave One, un pezzone che completa con parole e suoni la gratitudine di essere lì, con la mia preziosa sorella a godere di un momento in cui senti che è tutto giusto. Grazie Universo. Raggiungiamo il nostro appartamento dopo aver affrontato il più infame dei parcheggi sotterranei al cardio palma, uno spazio in cui i sensori della macchina ci hanno dato lezione di pura nevrosi. Ceniamo con la Caesar Salad del Pingo Doce e andiamo a dormire.

L.’indomani cerchiamo un parrucchiere in zona, un altro dei riti Sisto in viaggio. Google Maps ce ne indica uno proprio nella strada accanto all’appartamento. Le foto non promettono un salone in grande stile e questo ci convince ancora di più della vicinanza. “Style Cabaleireira”. Prenotiamo e qualche ora dopo ci ritroviamo fra le dolci mani di Maria Menuela con la quale da subito parte una comunicazione gestuale, emotiva ed empatia, fatta di un sacco di risate e di tanta tenerezza. Spiegare il mio liscio è molto semplice, spiegare il riccio di mia sorella un po’ meno ma è bastato un movimento attorcigliante di indice e un “boccolhao” annesso per garantire ad entrambe di recuperare la nostra immagine. Aggiungerei che, considerando le varie acconciature con le quali ho visto venir fuori mia sorella dai disparati esperimenti dal parrucchiere, Menuela è stata la regina dei boccoli. Finisce anche qui a baci e selfie e continuo a pensare a questa dolce parrucchiera con tanta tenerezza. A Lisbona ci fermiamo per qualche giorno, per godere a pieno di una città nota per la sua bellezza. Non vi faccio un recap dei Barrios ne vi racconto della pendenza dell’Alfama ne vi dico dei tram sferraglianti ( “… com’era umano il tintinnio metallico dei tram… F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine) ne di Belem e di tutte quelle cose che dovete assolutamente vedere ma che se ve le raccontassi, con il mio mancato dono della sintesi, renderebbero questo racconto un romanzo. Inoltre per me non era la prima volta qui e sono stata molto contenta di sentire le stesse vibrazioni di allora. Sento che questo mi rassicura sulla fottuta paura che ho di vedere i miei entusiasmi appiattarsi ma anche sul terrore che ho di vedere tutto assomigliare a tutto. La luce come sempre si fa veicolo di emozioni, fra vecchi ricordi e nuove scoperte, ricordandomi lo stupore di una città così eterogenea nella geografia e nel carattere. Sicuramente questa volta ho apprezzato molto il quartiere Muraria ed il suo epicentro, Plaça Martim Moniz. A ridosso dell’Alfama, è un quartiere in cui osservare la multiculturalità della società lisbonese. In alcune vie ci si ritrova in Africa, in altre in Medio Oriente, in altre ancora in Asia e tutti insieme poi ci si ritrova sulla piazza, che non è un luogo di svago, di puro passeggio, ma è vero e proprio epicentro, luogo di aggregazione e, forse, anche sostegno. Altro scenario interessante, forse connesso al mio “caso” o forse connesso alla moda, erano gli addii al nubilato suoi miradouros, luoghi indubbiamente bellissimi da cui osservare tutta la città da varie angolazione. Ecco, in cotanta grazia strutturale, apparivano eserciti di amiche, “instagrammabilmente” vestite, contrassegnate “amiche della bride” da fasce o berretti, a caccia inarrestabile di fotografie: la bride - contrassegnata per lo più con frontino corona esplicativo - con la Sè Patronal, la bride con il Tejo, la bride alla colonna, la bride con alcune, la bride con tutte le amiche e forse anche la bride con un’altra bride alle spalle. Tutto un vociale entusiastico che non oso contraddire ma, attratta dallo stile di un’amica della bride, uno stile invidiabile che io non raggiungerei manco in sogno figuriamoci in viaggio, decido di manifestare la mia avanzata età chiedendo qualcosa in più. Tra l’altro erano chiaramente e visibilmente italiane. Mi approccio a rimostrare la mia stima per queste moderne tendenze che ai mie tempi non erano assolutamente immaginabili e ne ricavo un mezzo racconto senza senso che mi fa già prefigurare la serenata, il baby shower e i sei cambi d’abito della sposa ma colpo di scena, incasso un complimento, espresso male ma un complimento.: “No ma complimenti a te che non te ne stai sul divano! ”. “No scusa bella, forse sul divano ci stai più tu di me” ma ingoio quest’attacco di permalosa acidità, saluto, “auguri e figli maschi” e me ne torno a pensare alla città e al fatto che dovrei smetterla di farmi i cazzi degli altri. Ma per fortuna andiamo a prendere un caffè - o bica come acronimo di una trovata pubblicitaria “ Beba isto com açúcar” divenuto sinonimo di ordinare un espresso - da Pessoa, al Café Brasileira, a pochi passi dall’ultima abitazione dello scrittore, luogo in cui lui amava scrivere, solitario, in fondo, all’angolo. La miscela è la stessa che beviamo noi, perfettamente quella, invariata e quest’idea di gusto, di sapore condiviso, mi emoziona e sarà forse per via delle lacrimucce di emozione rimaste ad appannare gli occhi, lo immagino aggirarsi fra i tavoli, fra questo giovani camerieri moderni e bellissimi e vicino alla stessa statua che lo immortala lì, davanti alle belle vetrate di questo cafè. Poco più avanti, in direzione del Tago, la libreria Beltrane, la più antica libreria al mondo ancora funzionante, mi sembra il luogo giusto dove comprare “Mensagem”, l’unica raccolta di poesie di Pessoa pubblicata in vita. Lo compro in portoghese, in edizione economica, su cui la commessa mi appone il timbro che certifica l’acquisto nella storica libreria. Inspiro potenza là dentro, non tanto per la longevità del posto quanto per il potere della parola scritta, dei libri che qui simbolicamente urlano più che altrove, rendendo questo luogo un luogo politico più che commerciale. Mi sembra l’autoregalo migliore che potessi farmi. Fuori c’è una luce pomeridiana che mi sembra un saluto dall’eternità. Ricambio Fernando, ricambio. La gingina invece la beviamo a fine pasto alla Taverna Alfacinhna, una microscopica “tasca” in cui ho mangiato la zuppa di “legumes” - che è una zuppa di verdure, nulla a che fare con lenticchie o fagioli - antipasto tipico portoghese più buona di tutte servita dalla simpatia delle tre ragazze asiatiche che lo gestiscono. Il quartiere in cui alloggiamo, invece, è fuori dal centro - Areeiro - e a differenza di 12 anni fa, posso apprezzare una vita “meno palcoscenico” e più popolare. C’è effervescenza vitale intorno a noi: attività disparate, studenti, gente al lavoro, anziani e accompagnatori, cani e padroni, bambini alle prese con un pessimo basket. Le strade sono un fermento di azioni, un fremito incessante e necessario e noi per qualche giorno vi apparteniamo. Eppure in questo flusso, una piccola combinazione di eventi ha fermato un punto nel caos e subito diventa il mio ricordo preferito di queste giornate, qui, in questo caos. Per tre giorni di seguito e sempre in orari diversi, abbiamo incontrato la stessa coppia di amiche in fila prima di noi al distributore di biglietti. La prima volta ci hanno aiutate con un piccolo problema di acquisto, il giorno dopo ci siamo guardate e con un sorriso salutate, il terzo giorno è stato surreale, per tutte. Restano questi gli episodi che fanno vibrare corde profonde e riportano all’unico movimento: c’è dell’ordine in questo caos.

Dato anche il cattivo tempo, decidiamo di visitare in giornata da Lisbona una cittadina il cui nome ci piace particolarmente: Setubal, nota per il Mercado do Livramento - il suo bellissimo mercato - e per le spiagge della riserva naturale di Arrábida. Piove ed è tutto molto grigio ma appena varchiamo la soglia del mercato, il mondo si rianima di colori, luce e umanità. Animatissimo e decorato di Azulejos su tutte le pareti, qui si può comprare di tutto del comparto alimentare ma è sicuramente la vendita del pesce il settore preponderante. C’è ogni tipo di pesce ma è la sardina la regina: brilla argentea in montagnette, con l’occhietto in vista ancora vivo ed i riflessi azzurrini che fanno omega tre. Mi incanto a guardare il lavoro incessante di chi taglia, squama, estrae interiora, sfiletta, spina. Niente di esotico ovviamente ma per alcune aree del mondo il pesce è cultura. Qui lo è. Chiaramente, per onorare la sardina, decidiamo di cercare un ristorante sul mare dove mangiarle. Optiamo per una pescheria con ristorante annesso, “Mezé”. Dalle braci si innalzano nuvole di fumo, l’odore è buonissimo e l’atmosfera molto informale, da sagra di paese. Ci deliziamo con sardine e besugo rigorosamente arrosto, così pescati e mangiati, a ridosso dell’oceano che qui è calmo e pacifico considerando la penisola di Troia che lo chiude in una baia. Giriamo per la cittadina, un po’ a smaltire pesce, vino e Moscatel - che qui è un must - un po’ per approfondire l’aria romantica e decadente che percepiamo. Mentre giriamo per piazze e strade, ad un tratto, giungiamo in un dedalo di stradine che ci teletrasportano in Africa. Due veloci ricerche su Internet e apprendo che Setubal è stata approdo importante nelle rotte transatlantiche della schiavitù e della migrazione. Ad ogni modo io ritrovo i miei ricordi del Senegal, di certo non solo per il colore della pelle ma per il clima di condivisione totale che mi appare davanti chiaro. Famiglie, tante famiglie riunite per strada. Tavole apparecchiate, braci accese, gruppi di bambini che giocano, adulti seduti ovunque, sui gradini, a terra, sulle sedie da spiaggia, sulle sedie da salotto. Chi fa le trecce a chi, chi discute con chi di cose evidentemente serie, chi gioca, chi prepara, chi lava. Un clima indaffarato e allegro, tutti insieme per strada a far cose che si fanno in casa. Ma per alcune culture la casa è fuori, fra la gente che vive con te, nella tua comunità. Ed io questo clima l’ho solo vissuto lì dove c’è veramente poco e quel poco che c’è viene condiviso. Apprezzo questo momento e penso che mi piacerebbe tanto saperne di più di ognuno di loro. Sono certa ne uscirei ricca di emozioni ma poi mi dico che non avrei un equo scambio per loro e che questo momento è giusto così. Proseguiamo verso la riserva naturale, attraversando una rotonda elogio alla sardina con tante statue di sardine impalate in immaginari mega spiedini, e raggiungiamo “Praia da Figueirinha, una delle spiagge della riserva. La spiaggia è immensa, il vento forte, l’acqua gelida. E’ il regno dei gabbiani. Sono ovunque, in stormi partono da lembi di sabbia sopraelevati a disparate distanze dalla costa; molti si aggirano simpatici ma minacciosi in cerca di cibo. Ne osservo uno, proprio di fronte a me, avvicinarsi ad un pacco di patatine richiuso che un bimbo ha lasciato lì per costruire un castello di sabbia. Lo vedo aprire il pacco e usufruire serenamente delle patatine del bambino ma mi sembra una scena troppo bella per rovinarla e poi: come si scaccia un gabbiano? Restiamo fino al tardo pomeriggio e ci rendiamo conto che il sole non tramonterà a mare, un momento che cercavamo ma che troveremo poi altrove. Appena inizia a generarsi l’ombra della montagna dietro cui il sole sta sparendo, la temperatura cala in maniera sorprendente. L’oceano si fa sentire di più. Ci rimettiamo in auto per tornare a Lisbona e decidiamo di percorrere una strada diversa da quella del mattino e di entrare in città questa volta dal ponte Vasco De Gama. Prima di arrivare al ponte, attraversiamo uno scenario meraviglioso, paludoso, sabbioso, pieno di alghe e intrecci di natura per metà sottomarina. E’ la zona di Samouco, con una spiaggia fluviale e le saline e mi domando che minchia ci fanno delle saline in un fiume ma poi penso all’oceano vicino e mi dico: ma vai a vedere. Ad ogni modo tutta sta roba la vedo su Google Maps, oltre che dal finestrino ovviamente, e mi dico che se ci dovessi tornare a Lisbona, un salto qui lo farai. Attraversiamo i 17 km di ponte e torniamo a casa. Quando chiudo le tende delle due grandi porte finestre che compongono una parete del nostro appartamento, penso che questa vista qui, da questo sesto piano di un appartamento ad Areeiro mi mancherà, così come mi mancherà essere qui con Susi. Alla prossima, Lisbona.

Salutiamo la dolce voce elettronica dell’ascensore dello stabile che ci ha sempre ricordato dove fossimo in questa estensione verticale - anche sotterranea - degli spazi in Portogallo (vi ricordate i parcheggi?) e incominciamo a salire verso Porto. Considerando la storia personale che accomuna me e mia sorella e che fa di noi le sorelle Sisto, raggiungiamo Fatima, un po’ perché il sangue ci chiama, un po’ perché per madre il Portogallo è solo Fatima e una Nostra Signora gliel’abbiamo promessa. Le facciamo una videochiamata e la portiamo in Basilica, alla Cappella dell’Apparizione e alla pira dove si accendono le candele per le intercessioni e i grazie. Cammina con noi in questo spazio carico di fede e sofferenza, molti procedono in ginocchio e si avverte tutto il peso che grava sulle vite di questi esseri umani. Accendiamo anche noi delle candele e devo dire che nei tanti luoghi di fede visitati, fra cui anche Lourdes, uno spettacolo così non l’avevo mai visto. Il fuoco è talmente forte da rendere quasi impossibile avvicinarsi. Le candele accese dai numerosissimi fedeli, raccolti ognuno nei propri pensieri, vengono lanciate in questo fuoco. Impossibile deporle negli appositi spazietti perché il fuoco è alto, caldissimo, energico, alimentato. Lancio anch’io le mie candele, una alla volta, pensando a chi mi piacerebbe essere in grado di proteggere e amare. Ovviamente anche a me, l’inseparabile. E’ sempre bello per me entrare in contatto con i luoghi di fede, mi sembra di ritrovare un senso, qualcosa che non so dove si nasconde, sotto quale cumulo giace, ma che evidentemente vive con me.

Ci lasciamo Fatima alle spalle, portando con noi un silenzio che ci accompagna per un po’. Raggiungiamo Figueira de Foz (sulla costa oceanica, regione Beiras) dove trascorreremo le ultime notti prima di arrivare a Porto e finalmente il tramonto sull’oceano ci viene regalato, contrassegnando così uno dei miei momenti preferiti in presenza del mare. Arriviamo in Praia da Claridade in perfetto orario per vedere il sole infuocarsi: i riflessi sull’acqua increspata abbracciano tutte le tonalità calde immaginabili, il cielo si tinge di arancione e lentamente la palla infuocata si tuffa perfetta nell’acqua finendo per essere assorbita tutta, insieme a tutti i toni caldi che, sottoposti ad una sorta di forza centrifuga, ritornano da dove sono arrivati. Le tenebre iniziano a raffreddare l’immensa spiaggia e il fortissimo vento, colonna sonora del momento insieme al vociare di un gruppo di ragazzi che, ubriachi, sfidano la forza delle onde a suon di risate, spazza via il giorno, aprendo la porta alla sera. Io entro in una specie di stato di grazia, deliziata da una bellezza così urlante e penso alle persone che amo, che vorrei fossero qui a godere di questo spettacolo con me. Stordite da tanta meraviglia, ci inoltriamo nelle strade della cittadina, brulicante di persone ancora in tenuta da mare, con la sabbia fra i capelli ed il profumo delle creme protettive ormai assorbite dalla pelle e dalla stanchezza. Ceniamo in un piccolo ristorante di cui non ricordo il nome. La mia testa tramonta ancora e mi rendo conto che questo viaggio sta per volgere al termine, portandomi un po’ di malinconia.

Sarà questa la saudade?

Ci risvegliamo cariche e andiamo a fare colazione alla “Pastelaria Bola de Neve” dove, per tre giorni di seguito, non ci ha mai sorriso nessuno e nessuno ha mai sorriso a nessuno. La interpreto come compostezza non come antipatia; in fondo, al mattino, nessuno ha veramente voglia di parlare con qualcuno. Riprendiamo la macchina e raggiungiamo in giornata Nazarè, un antico borgo di pescatori noto al mondo intero come luogo in cui, grazie ad una faglia sotterranea, si creano le onde più alte del mondo, paradiso per i surfisti di un certo livello. Questo posto risulta essere un paradiso anche per me che a stento metto i piedi in acqua; mi trasmette un’energia pazzesca e si fa strada nel mio cuore come il posto preferito di questo viaggio. Parcheggiamo e ci fermiamo per un caffè in un posticino periferico dall’aria di quartiere, il Caffè Correia. Assaporiamo una miscela italiana degna di un vero espresso, accomodate ad un tavolino di fianco ad un simpatico vecchietto che blatera contro la tv, bevendo brandy. E’ Francisco, abita proprio lì vicino ed è un assiduo frequentatore del bar. Tutti lo salutano e a tutti risponde biascicando. Intavolo un discorso allucinante con nonno Francisco. Non capisco una parola di quello che mi dice ma, considerando che in tv ci sono immagini e notizie della terribile guerra a Gaza, deduco che mi sta parlando di quello e da come gesticola capisco che mi vuol dire che è assurdo vedere morire così la gente, tutti quei bambini innocenti e sicuramente bestemmia contro Trump che nomina e rinomina svariate volte con espressività poco gentile. Andiamo avanti per un po’ a commentare le notizie, altrettanto catastrofiche, che si susseguono in tv, e senza essere capaci di ascoltarci veramente, senza lingua comune, ci capiamo e siamo anche d’accordo. Ordina un altro brandy mettendo sul tavolino dei soldi e rischiarendosi la voce che poi non emanerà. Il barista gli si avvicina con esperienza e riempie il bicchiere, prende i soldi e si allontana. Succede la prima volta, succede la seconda ed io penso che nonno Francisco sia mitico, sia uno spirito libero. Così scatta il selfie e ci abbracciamo, mentre il vicinato mi fa segno che non sente o che non ci sta con la testa. Bah, io credo poco alla pazzia e più al brandy ma poco mi importa perché pazzo o sordo o che, nonno Francisco sa il fatto suo ed io lo sento.

Visitiamo prima la zona del Sítio, la parte alta della cittadina e dal belvedere ci affacciamo sulla zona della Praia (che raggiungeremo dopo) e la vista sull’immensa spiaggia e sulle case colorate alle sue spalle, toglie il fiato. Sostiamo in Largo Nossa Sehnora da Nazarè per tanto tempo. Cediamo al vento che qui, da qualunque direzione Dio lo mandi, arriva prepotente. La piazzetta è una sorta di palcoscenico su cui, le venditrici di frutta secca e gustosi derivati, si esibiscono in passetti ritmati, offrendo assaggi e tentazioni intorno ai loro coreografici banchetti. Indossano “le sette gonne”, il tradizionale abito di Nazarè, testimone del forte legame che questa cittadina ha con il mare. Infatti questo abito è immagine di ciò che la modernità ha cambiato, ciò che resta di un tempo in cui la pesca era l’unica ragione di questo luogo, nonché fondamenta. Tradizione vuole che le mogli dei pescatori, quando si recavano in spiaggia in piena notte per aspettare il ritorno dei mariti con il pescato sperato, indossavano sette gonne, l’una sull’altra, per proteggersi dal freddo della notte e sedersi più comodamente sulla spiaggia in attesa. Questo buon senso pratico tutto al femminile con il tempo è diventato simbolo di uno stile di vita fatta di resistenza, di attesa, di mare. In questo caso è indossato per pura rappresentazione ma più tardi, quando raggiungeremo la Praia, avremo modo di vederlo indossato dalle mogli dei pescatori che si prendono cura dei banchetti rimasti a vendere pesce essiccato al sole. Ma di questo vi racconto dopo, torniamo sulla piazzetta. Uno di questi carretti mi attira particolarmente, non solo perché è condotto da una donna identica a Whoopi Goldberg ma soprattutto perché è decorato con le bandiere di diverse nazioni del mondo, che, con questo vento, potete immaginare quanta attenzione attirano. Non posso non notare la presenza della bandiera israeliana e l’assenza della palestinese, così decido di saperne di più e anche di comprare gli anacardi al mio compagno che tanto li apprezza. Si chiama Maria, arrivata qui a sette anni da Capo Verde, nel maggio del 1979, precisamente quando sono nata io. Mi dice che la bandiera israeliana è in onore dei suoi tanti amici israeliani che non appoggiano affatto la guerra. Mi dice che la guerra non ha nulla a che fare con la religione o la razza o con la popolazione ma che è causa delle manie dell’uomo, di un singolo individuo che vuole sostituirsi a Dio. Aggiunge inoltre, sorprendendomi, che anche i portoghesi hanno ammazzato molta gente in nome del potere eppure eccoci qua e mima con un internazionalissimo gesto la decapitazione. Mi trova d’accordo con tutto quello che mi dice e le sottolineo, però, che dovrebbe aggiungere la bandiera palestinese come completamento di questo nobile pensare. Ci abbracciamo con affetto ed io mi sento così bene fra le braccia sconosciute di Whoopi con le sette gonne che fatico ad andarmene. Mentre sto per salutarla, un piccione ci si avvicina e le salta sul dito offerto. Maria lo chiama per nome, lo accarezza e gli offre del mais. Pare siano amici, pare si capiscano, pare si aiutino a vicenda. Sorrido a questa scena, mi inchino alla sua generosità e obrigada vado via. Raggiungiamo la Praia Do Norte, a nord della città appunto, al lato opposto della spiaggia che si vedeva dal belvedere. E’ qui che c’è il canyon che genera il fenomeno delle onde alte, fenomeno che si manifesta però da ottobre a febbraio. Siamo a luglio, eppure a me, che soffro molto il mare e le sue forme, appare già ora pericoloso. La spiaggia è selvaggia, le dune proteggono la vegetazione agitata dal forte vento. La introduce un’alta figura, il Veado, una scultura che raffigura un uomo cervo con la tavola da surf, in onore sia della leggenda di Roupinho, che invocò Nossa Senhora da Nazaré mentre era inseguito da un cervo in un precipizio, sia in onore della tradizione del surf e delle onde giganti. Ma il vento mi sta rincoglionendo, mi sta creando quel solito moto turbolento che me lo fa odiare, così andiamo a cercare un pezzo di cultura gastronomica portoghese che non abbiamo ancora mangiato: la bifana, un panino - detto papo seco o rosetta - con sottili fette di carne di maiale marinate in aglio, olio, vino e spezie varie e cotte in padella. Gustoso, unto al punto giusto con il sughetto di cottura. Ci complimentiamo con le due donne che gestiscono questo locale “Cafetaria A Caravela” piuttosto periferico che avevamo notato raggiungendo il centro e che ci aveva, senza essere tradite, ispirate. Raggiungiamo la Praia e il suo villaggio, dal percorso accidentato e sconnesso, al di là del belvedere. La spiaggia in avvicinamento lento fa un certo effetto. Lo spettacolo delle tende rettangolari, qui sostitute dei nostri ombrelloni in spiaggia, è stupendo. Tutte in strisce pastello alternate a strisce bianche, si affiancano l’un l’altra a creare un vero villaggio sulla sabbia. L’unico lato aperto è sistemato a parasole, creando una serie di verande, l’una di fronte all’altra. Queste file ordinate creano strade perpendicolari che portano all’oceano. Tanta umanità in costume, una parte dentro, una parte fuori, si rilassa o si avvicenda creando una vera e propria cittadella di mare, spaccato dell’indissolubile rapporto con l’oceano, parte integrante della vita. Alle spalle, in prospettiva, la scogliera immensa su cui sorge il Sitìo e da dove prima potevano osservare i confini di questa spiaggia che ora sembrano persi nell’immensità di una distesa di acqua poco tranquilla. Raggiungiamo i banchetti che vendono il pesce essiccato e qui le “vere” donne con le sette gonne iniziano a smantellare la merce data la pioggia in evidente arrivo. Tranne una, che pareva totalmente indifferente, seduta dietro il suo banchetto e decido di comprare da lei un cono street food di pesce essiccato, praticamente un cono di fossili, perché così appaiono. Appetitosi non proprio. Ma questo è ciò che resta di una pratica antica, quasi ingoiata dalla modernità e non posso non fare un salto dentro questo sapore. Mi siedo sulla spiaggia, oltre le tende a strisce e osservo gente di tutte le età prendere lezioni di surf. Sembrano astronauti del mare che fanno karatè, fasciati in quelle mute strettissime e alle prese con quei movimenti. Un po’ come fossero popcorn al cinema, prendo il mio cono pieno di pesci essiccati e inizio a mangiare o per lo meno a tentare di farlo dato che l’operazione non mi risulta semplice. Mia sorella, con i piedi fra i surfisti, mi comunica che l’acqua è gelida, ed io rispondo che il polpo è un po’ gommoso così come il calamaro ma non so se mi capisce. Sono le sardine però il vero problema. Ne mangio un paio con tutte le lische dato che non riesco a separarle dal resto del “fossile”. Ma alla terza desisto, nonostante il sapore piuttosto buono, è troppo difficile sopravvivere. Imbusto quello che resta di questo strano street food - che fa tanto storia cultura e geografia – e, dietro una folata di sabbia sopraggiunta e un urlo di qualcuno che è caduto dalla tavola, mi metto a surfare con la fantasia. Ceniamo a “Maria do Mar”, una delle tante “tasca” nelle stradelline del paese, popolate di surfisti che si riconosco anche senza muta. Ormai è sera e Nazarè si è trasformata in un luogo ancora più suggestivo. Dal mare, a pochi metri dal paese, si eleva un buio pesto che pare chiudere l’orizzonte fuori; le luci delle strade sono fioche e creano un’aria leggera e soave ed ombre più minacciose; la gente cammina felice come in una bolla fatta di sale e profumata di sole. Penso che sarebbe stato bello trascorrere la notte qui, forse anche qualche giorno, osservare le donne scendere a mare, i surfisti attendere il momento per tentare e osservare questo luogo che ha riempito il mio cuore di personalità. Ma la verità è che è tardissimo e dobbiamo andare. Ci aspettano quasi due ore di macchina per tornare a Figueira. Prendiamo l’elevador e risaliamo al Sitìo, un inchino davanti al Santuario e via alla macchina, riattraversando tutto il centro e la periferia in cui tutto dorme tranne il vento. Ci svegliamo con il peso della ripartenza. Ormai è tempo di tornare a Porto, di tornare a casa. Ma abbiamo ancora un paio di cose da fare e ci attiviamo in men che non si dica. Colazione al bar Sorriso e poi giro sul lungofiume che stamattina è adornato a festa con tante bancarelle di antiquariato piene di oggetti curiosi e senza tempo. Mi attira una bancarella di materiale fotografico e vedo in vendita alcune pellicole già sviluppate, raccolte nei dispenser a strisce che noi quarantenni bene ricordiamo. Decido di lasciar perdere ma mentre cammino oltre, il mio pensiero non riesce a scostarsi dalla curiosità sul contenuto. Così torno indietro e dopo averli esaminati in controluce, decido di comprare il dispenser nelle cui immagini intravedo tanta intimità: una famiglia, una festa di compleanno, un natale. Mi appare tutto così familiare da sentire un brivido ignoto, familiarità che poi ho ritrovato scansionandole. Ci sono ritratte una serie di ordinarie scene familiari come in tante di quelle foto che negli anni 90, quando il digitale non esisteva, usavamo stampare. Ci ritrovo le mie sorelle negli anni in cui io ero bambina, ci ritrovo mia nonna degli stessi anni, le feste semplici della media borghesia aspirata, ritrovo zia Stella e mia cugina Floriana. Nella mia testa si crea il mix perfetto per sentire di aver completato un buon esercizio di ascolto con quanto mi circonda. Alcune foto le ho inserite fra quelle che accompagnano questo racconto, ormai votato ad Odissea. Non so chi sono ma a loro sono molto grata. Prima di ripartire verso Porto, andiamo a salutare Maria da Graça e Manuele, i genitori del proprietario della nostra pensione a Figueira. Ci tengo a dirvi che questa donna ha reso questo posto speciale. In sè la pensione era semplicissima e non aveva nulla che non andava ma era lei il valore aggiunto per noi. Ci sembrava di incontrare nostra madre: stessa corporatura, stesse camicie da notte, stessi grembiuli da casa, stesse ciabatte, stessi dolori anticipati dalla stessa malinconia negli occhi. So le vicissitudini di mia madre ma non conosco quelle di questa graziosa signora che di nostra madre aveva anche l’età. Si affaccendava tanto fra la sua casa - lì proprio nella porta a sinistra della reception - e la reception stessa, per aiutare un figlio che, tutte le volte in cui l’ho visto, non mi ha mai ispirato simpatia. Mentre ci saluta, Maria da Graça ci dice che ha forte mal di pancia, che sta male ma che non si può fermare. Alza gli occhi spenti al cielo, li riporta giù e ci abbraccia. Io la stringo, come farei con mia madre.

Siamo in strada, verso Porto. Decidiamo di non percorrere l’autostrada ma di seguire la strada che costeggia l’oceano. Subito fuori Figueira, entriamo in uno scenario surreale, fatto di terreno tanto tanto sabbioso, vegetazione molto sparsa e poco presente e una lunga strada che serpeggia fra dune, camping, fiumi grandi, fiumi piccoli, laghetti, qualche sparuto albero. Ogni tanto qualche piccolo villaggio di case basse, poche anime. Una Basilicata portoghese, diciamo. Tutto così meravigliosamente selvaggio, fino a Costa Nova do Prado, località super turistica dove ci fermiamo per pranzare e vedere le famose case colorate che rendono noto questo posto, per metà sull’oceano, per metà su un fiume. Non posso dirvi che è un posto brutto perché non è vero ma, sarà per la stanchezza di fine viaggio, mi arriva insulso. Ad ogni modo il pranzo è ottimo anche se a prezzi tre volte superiori a quelli incontrati finora e ci rendiamo conto che è un posto di vacanza per spagnoli benestanti. Tutto bello, ma? Ripartiamo, destinazione Aveiro detta la Venezia portoghese, ultima tappa. Porto è a meno di 100 km da Aveiro. Passeggiamo per questa cittadina che di Venezia ha solo delle simil gondole - i moliceiros, le pittoresche colorate barche dalla prua arricciata tipiche di Aveiro - che ondeggiano sul fiume. Un unico canale abbastanza grande, circondato da deliziose costruzioni, edifici che richiamano lo stile Art Nouveau con l’aggiunta di azulejos, che in Portogallo sappiamo ormai ornare qualsiasi cosa. Prendiamo un caffè e andiamo via, un po’ indifferenti alla quantità di gente che fa lunghe file per il giro sui moliceiros.

Nell’ultimo tratto di strada incontriamo diversi incidenti e deliberiamo che la sensazione che guidassero un po’ a cazzo non era proprio solo una sensazione. Facciamo il pieno definitivo e lasciamo il nostro gioiellino all’autonoleggio. Ringraziamo Bambibesh - sì, l’avevamo chiamata così - e svuotiamo il cofano dalla miriade di buste nelle quali, in 15 giorni, i nostri averi si erano scomposti. Cigolando, con il trolley che sembra più un carrello della spesa che una valigia, raggiungiamo l’hotel vicino l’aeroporto dove passeremo l’ultima notte prima di ripartire domattina prestissimo. Riassettiamo i bagagli, consumiamo gli ultimi viveri che avevamo con noi e scivoliamo presto nella nostra ultima notte qui.

Il mio cervello si risveglia quando siamo ormai in volo da un po’ e un senso di smarrimento mi raggiunge. Susi ed io, come sempre, non siamo sedute vicine e mentre sfoglio i miei ricordi nella confusione del momento, mi accorgo che in ogni momento prezioso ci sono sempre il suo volto, il suo sorriso, le sue considerazioni, la sua simpatia. Amo viaggiare ma la cosa che più amo al mondo è viaggiare con mia sorella, perché ogni volta che viaggiamo insieme, torniamo sempre un po’ diverse da come siamo partite e questo è veramente un grande dono. Un paio di lacrime mi scendono e ci ritroviamo a casa.

La notte sogno di essere circondata da un’infinita quantità di souvenir dai disparati usi: apribottiglie, tappi, strofinacci, berretti, calze, portachiavi. Una catasta di roba raffigurante lui, il gallo di Barcelos, quello del miracolo del galego salvato poco prima dell’impiccagione da un pollo resuscitato a gallo nel piatto del giudice. Mi sveglio “gocciolando sugo e scompigliando le patate” – cit. Saramago - e penso al fatto che l’indizio era chiaro. Come poteva un paese che come simbolo ha un gallo miracolato non essere il posto giusto per noi?

Rido dei miei sogni, sempre a spasso con l’inconscio burlone – o cazzone? – che mi ritrovo e me ne torno a dormire, triste come sempre dopo ogni viaggio, felice come dopo ogni viaggio con mia sorella. Portogallo, noi ci rivediamo presto. Torneremo, tu aspettaci ancora cazzuto così.

E a voi, a chi ha resistito ed è arrivato con me e Susi fin qui, va il mio immenso grazie. Voi non lo sapete, ma è stata dura mettere insieme tutto ciò. Grazie!

Potete vedere le foto nella sezione Worldviews in questo sito.




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