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CONFESSIONE SULL'EDUCAZIONE. Ovvero: io e l'otto marzo

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Vorrei fare una confessione; non perché sia in cerca di assoluzione ma semplicemente per fare un punto della situazione. A me stessa, parlando a voi.

In giornate come questa - 8 marzo giornata internazionale dei diritti delle donne - io mi sento un po’ a disagio. Non certo perché non condivida il senso, sia chiaro, ma perché è uno di quei giorni in cui sento che le parole vanno usate con un peso, un peso specifico pari al rispetto e all’estrema chiarezza.

E’ una di quelle giornate in cui per me il silenzio è la migliore forma di comunicazione; una di quelle giornate perfette per l’autoanalisi. Aggiornare a se stesse, ogni anno, a che punto si è con la propria lotta, con il proprio impegno, con il proprio schema di autodifesa. Con le questioni dell’essere donna tutti i giorni, insomma. Non dovrebbe essere necessario dirlo, eppure è ancora importante evidenziarlo, ma noi donne siamo costrette a pensare all’autodifesa, in una miriade incalcolabile di situazioni, cioè sempre.

Perché parlo di disagio? Perché durante le mie autoanalisi, passate e presenti, ho capito che in quel processo che si chiama crescita, io sono stata il primo essere ad aver avuto bisogno di educarsi per cambiare la propria visione della donna e di tutto quello che gira intorno alla parola.

Nell’età in cui ho iniziato a formulare pensieri più politici, la giornata internazionale per i diritti delle donne si chiamava “la festa della donna” (sì, lo so che succede ancora anche oggi ma facciamo finta che non sia ancora così) e il massimo degli eventi che il mondo in cui vivevo organizzava per la serata dell’8 marzo era l’uscita - finalmente - solo donne: andare in pizzeria ed assistere al famigerato spogliarello. Questo esempio di divertimento mi è sempre arrivato come una ricucitura sulla donna della visione maschile di divertimento, uno stereotipo proiettato, lo schema maschile di trasgressione come unico schema possibile. Infatti, le risposte che ricevevo ai perchè che dispensavo mediamente ruotavano intorno ad affermazioni come: “almeno una volta l’anno possiamo farlo anche noi”, “massì, oggi che tocca a noi” e “godiamocela un po’ questa vita”. Ed io ci rimanevo parecchio male, sia perchè continuavo a non trovarne il senso, sia perchè mia madre chiaramente non ci andava mai. Era sbagliato, punto. E non sbagliato in relazione alle donne stesse, magari! No, era sbagliato nei confronti della famiglia. Cosa deve dire la gente?"

Le mamme delle mie amiche delle elementari ci andavano e si divertivano anche perchè il 9 marzo, all’uscita di scuola, fioccavano sorrisi complici, come dopo una vittoria meritata. In fondo la scena non era manco male ma le mie emozioni si confondevano prepotentemente. Era questa l’emancipazione? Provavo vergogna. Per chi ci andava e per chi non ci andava, contemporaneamente. Provavo vergogna perchè sentivo che c’era qualcosa di molto sbagliato in tutta la visione della situazione.

Il mondo che mi circondava non solo non aveva coscienza, non aveva gli strumenti per crearsi quella coscienza. Ed io ci stavo in mezzo. Ci ho messo tanto a mettere i tasselli in ordine. Ci ho messo parecchio per capire l’errore alla base dello schema “uomo donna”, “padre madre”. Ci ho messo un po’ per capire quanto fossi identica ad un uomo in termini di diritti. Ci ho messo un po’ a capire che bisognava lottare per affermarsi come esseri umani alla pari, come persona con una voce ed un punto di vista. Una persona con dei bisogni.

Lo devo in parte alle mie sorelle, Susi in particolare, ma anche Isa mi ha molto aiutata a capire qual era la direzione da prendere. Noi non siamo cresciute insieme, io arrivo parecchio dopo. Le prime battaglie le hanno fatte loro due, io ho compiuto il lunghissimo scontro finale. Dai 16 anni fino a quando mio padre ha esalato l’ultimo respiro. Ho combattuto al meglio che potevo, fra quello che imparavo studiando, quello che imparavo dalle mie amiche “di città” con dinamiche familiari anni luce dalla mia e quello che imparavo soprattutto a casa, guardando a tutto ciò che non dovevo fare. Io sono andata nella direzione contraria al mio modello. So per certo che di questo non dovrò dar conto a Dio durante il giudizio universale perchè l’ho fatto già davanti a mio padre, quando, in agonia, pensava di avere la me diciassettenne davanti agli occhi. Mio padre è morto rimproverandomi e ricordandomi che sono stata una figlia difficile, troppo votata alla verità. Ho sempre combattuto sul terreno dell’onestà: è stato ed è il mio difetto più grande.

Eppure questo momento mi corre dietro spesso e volentieri, nonostante io sia certa che la mia non sia stata affatto cattiveria ma semplice autodifesa.

Dunque eccolo: il disagio. La mia coscienza di donna, diciamo femminista (termine che appunto non amo usare), è nata guardando principalmente a quello che non doveva essere, a quello che non dovevo assolutamente vivere sulla mia pelle: io sono una persona con diritti pari a chiunque altro, anche a qualunque altro uomo.

All’inizio ho vissuto tutto con grande violenza. “Statt Citt!”, “Stai zitta”: la mia voce non veniva mai ascoltata. Poi sono passata alla rabbia e di quella fatico ancora a liberarmi del tutto. Ho incolpato mio padre ed avevo ragione a farlo; ho incolpato mia madre ma forse qui ho avuto meno ragione. Mia madre non ha mai avuto gli strumenti per indicarci la via. E’ passata da figlia a moglie manco fosse un nuovo gioco, nessuno le ha mai aperto il mondo fuori e lei, colma di ingenuo amore, non pensava manco ci fosse un fuori, finchè non ha conosciuto uno dei lati più scomodi dell’amore. Da zero a cento a suon di schiaffi. A quarant’anni cercava già di stabilizzare la sua depressione. Io avevo 12 anni ed il mio modello finiva lì.

Non andrò oltre a raccontare da quante situazioni sono dovuta scappare ancora e ancora per formare la coscienza di donna che ho oggi; ora, nel preciso momento in cui scrivo. So solo che non è facile distruggere le gabbie mentali che la storia, la società, edificano dentro noi. So solo che il processo è ancora lunghissimo e lo si può disputare solo nelle aule dell’educazione. L’educazione che riceviamo e soprattutto quella che ci auto impartiamo e che riusciamo a trasmettere agli altri, attraverso scelte ben precise che devono essere prese in nome del rispetto e della giustizia, parole che non dovrebbero abbandonarci mai.

E’ dura da ammettere ma io sono ancora in fase di educazione ed è per questo che oggi sento in maniera ancora più forte il peso delle parole.

Confessarlo a voi, per confessarlo a me, mi sembra un notevole punto di partenza.

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