Esercizio -in forse- di presenza mentale. Ovvero: selezionare asparagi
Vivo a caccia di concentrazione. Di notte sogno l'attenzione perfetta: il momento in cui afferri tutto senza afferrare niente. Di giorno vivo l'attenzione imperfetta: saltare da un'attività all'altra in maniera insufficiente. Da quando ho identificato la pecca, mi sono affidata ad altisonanti nomi per sentirmi meno sola. Per provarci, insomma.
Nel suo “Il miracolo della presenza mentale”, il monaco Thich Nhat Hanh - uno degli altisonanti - insegna che fra le discipline essenziali per esercitarsi alla presenza mentale c'è il “lavare i piatti per lavare i piatti”. Cito: "significa che mentre si lavavano i piatti bisognerebbe essere pienamente consapevoli di stare lavando i piatti. Il fatto di essere qui a lavare queste scodelle è una meravigliosa realtà. Sono pienamente me stesso, conscio della mia presenza e conscio dei miei pensieri e delle mie azioni. Nulla può sballottarmi qua e là a suo piacere". Quadra no?
In alcuni periodi dell'anno mi sottopongo alla tortura del mio personalissimo esercizio di presenza: l'asparago. La definisco tortura perché un po' lo è. Restare ferme in un posto per un tempo immemore è per le mie fibre molto difficile. Le sento dentro scalpitare mentre vorrebbero vivere il “contemporaneamente”. Andare a preparare un tè, lavarsi i capelli, mettere la carta forno nella friggitrice ad aria ed una varietà di cose che si potrebbero sovrapporre serenamente se di Nicla ve ne fossero tre o forse quattro o forse infinite Nicla. Questo vizio, sviluppato crescendo, è diventato un cancro, il cancro della concentrazione. La divora a ritmo costante, erodendola di morso in morso come fosse una costa esposta al maestrale. Io come un medicinale omeopatico provo a contrastarlo ingannandomi.
L'asparago è il banco.
Vuoto il raccolto, cosa che ammetto mi emoziona, lavo e divido l'offerta a seconda della destinazione, passando attraverso dimensioni e consistenze. Guardo lo spazio, guardo la confusione, inspiro ed espiro e mi concentro solo sulle scie verdi. I più piccoli finiscono in padella, i più grandi conservati in tazze ei medi in bicchiere, accertandosi di cestinare fili e pagliuzze sconsigliati.
Cosa resta di me e cosa resta dell'asparago in quest'operazione sottile ed infinita?
L'uno è tutto, tutto è uno. Thich Nhat Hanh dice: " ricordate una semplice e antica verità: il soggetto conoscente non può esistere indipendentemente dall'oggetto conosciuto. Quando pratichiamo la presenza mentale degli oggetti esterni, la conoscenza di questi oggetti è mente".
L'oggetto è mente. Tutto diventa mente, tutto resta mente. Non sono in grado di valutare se l'esercizio riesca. Capisco cosa voglia dire Thich Nhat Hanh ma non lo afferro. Mi concentro sugli asparagi, riesco anche a restare lì fino alla fine dell'operazione, sono presente, li apprezzo, mi apprezzo, li scordo, scordo me stesso ma inevitabilmente creo immagini. Ritorno sugli asparagi, divido, seziono e un'immagine mi appare. Quindi che, intendendola come forma di meditazione, dovrei afferrare il pensiero, accoglierlo e metterlo da parte ma… ma come si fa con le immagini? Cosa si fa quando la mente produce fotografie? Ti arrendi? La verità è che quelle immagini le ricordo. Ed è qui che il mio esercizio non regge. Immaginare azioni future significa non vivere il presente, discostarsi. Farsi risucchiare da un tempo che non solo non verrà ma non esisterà mai: il futuro. Esiste solo il presente, il presentissimo. Però non posso fare a meno di “immaginare immagini” e allora mi dominio se non siano fotografie dell'interdipendenza, dell'indivisibile grande corpo della realtà, dell'appartenenza, della reciprocità, della meditazione. L'asparago è me, io sono l'asparago; siamo una ragnatela.
Acquieto così il mio giudizio, pensando che queste fotografie non sono che immagini della mia mente che, mentendo, esiste e vado a preparare una frittata.


