Marsiglia. Ovvero: come non troverete alcun consiglio di viaggio.
Marsiglia
Ovvero: come non troverete nessun consiglio di viaggio.
C’è del viaggio in questo “caso”. Può apparire bislacco questo incipit, eppure è proprio così che è andata.
Certe decisioni le prende per te il prezzo di un volo, il resto lo costruisci sulla consapevolezza che il valore di un luogo filtra attraverso il modo in cui si guarda alla vita.
Marsiglia, prima tappa di questo saluto al 2024, il posto scelto dal caso, si dimostra da subito il posto giusto al momento giusto. Era il 29 dicembre e per la prima nel 2024 succedeva qualcosa di giusto. Commozione e applausi.
L’idea non era tanto quella di visitare un posto nuovo, quanto piuttosto quella di lasciarsi andare al “quel che viene”, politica d’autodifesa sviluppata negli ultimi decenni dalle sorelle Sisto. Non un avvicendarsi di luoghi da raggiungere e marcare, quanto un procedere sentimentale e sentito verso un luogo ma standoci all’interno, provando a sintonizzarsi al suo scorrere, al suo tempo, al suo avanzare. Procedere attraverso piccole azioni, anticipate da piccole decisioni: piccoli slanci al movimento della ruota. L’affannarsi non è più compatibile con le nostre memorie, la mia e quella di Susi; le esperienze si sovrappongono, non sedimentano. Porsi in maniera vuota, scevra d’aspettative, riserva sempre delle sorprese.
Forse, molto più semplicemente, potremmo riassumerlo in un “mettersi in ascolto”, in un tendere l’orecchio verso.
Ciò che a Marsiglia non si può fare a meno di ascoltare è la luce. Marsiglia è la sua luce. Non mi ero mai chiesta quali fossero gli ingredienti: qual è la ricetta che rende la luce di un posto diversa da quella di un’altro? Non aspettatevi la risposta, non la conosco; so solo per certo che, benché io non conosca le cause, sono ben conscia degli effetti: la luce è caratterizzante. Quella di Marsiglia è creatrice, ha un potere: alleggerisce e addensa, ricalca e cancella. Impatta.
Infatti è talmente viscerale il rapporto con la luce che appena si presenta, marsigliesi e non, vi si espongono. Come girasoli, come lucertole, come essere mortali votati all’universale o anche all’immensità del “cazzo che me ne frega” - per citare un po’ di magro pop italiano- se si pone al centro il forte senso di libertà che solo la luce sa donare. L’oscurità è trappola; la luce è respiro, flusso, appartenenza.
Infatti a Marsiglia senti di appartenere. No che lei appartenga a te ma che tu appartieni a lei. E’ ospitale, non solo in senso canonico, ma appunto nella sua luce che avvolge, ti avvolge, si allinea alle tue funzioni. Anche quando grida non è violenta: sussurra sempre, suggerisce. Tramuta tutto in sguardo. E tu stesso ti fai sguardo, oltre che appartenenza, risultando così un modo per guardarsi dentro.
Ha ragione Izzo quando scrive che Marsiglia non è una città per turisti. Marsiglia è per chi cerca qualcosa. E’ un approdo: storicamente, commercialmente, metaforicamente. Un varco, un passaggio, un passaporto - sempre per citare Izzo nel suo Aglio, menta e basilico.
Anima eterogenea, anima portuale.
La leggenda dice che è figlia dell’amore, quello di Gipsy, figlia del re ligure Nanno, e Protis, marinaio greco in cerca di fortuna. Per me è figlia della luminosità, di quel potere rassicurante e salvifico che la luce ha. Sarà per questo che Marsiglia si lascia subito sentire come casa. Aria, volti, odori, risate familiari, a testimoniare che, da qualunque parte del mondo si provenga, siamo figli dell’umanità che, in luoghi come questi - non frontiere ma punti di incontro - si fanno luce e quindi sguardo. Sul mondo, su noi stessi.
Affido dunque a questo sguardo la guida del mio ultimo giorno del 2024. Lo seguo ovunque mi porti, lo lascio condurre così a 50 mm, non interferisco: mi lascio ferire. Cedo al mio sguardo il controllo delle mie gambe, dei miei piedi: andiamo alla ricerca della Champagnotta per il festeggiamento, giù per i mercati alla ricerca degli slip rossi da indossare come da tradizione, scendiamo verso il mare, in questo sali scendi che è Marsiglia, con in mente dei frontini di buon anno che non troveremo mai ma che saranno sostituiti da splendidi cappellini di buon compleanno. Una luce divina ci coglierà alla Cattedrale La Major irradiata da bambini che giocano a calcio in un campo da basket, e dopo aver pregato per un anno migliore risaliremo verso il Panier, dove incontreremo una strega, travestita da barattiera, che ci parlerà di quando ha visto la Madonna e di come sta progettando la rivoluzione contro il sistema, una rivoluzione che si combatterà con cerbottane cariche a veleno per non lasciare traccia della provenienza. Custoditi fra le sue mani, troveremo gli opercoli che tanto stavamo cercando: gli occhi di Santa Lucia, per vederci più chiaro nell’oscuro futuro; per proteggerci. E da lì, schiacciate in un pullman che si lancia compresso in ripide salite, raggiungeremo Notre Dame de la Gare per vedere il sole affogare nei suoi stessi riflessi, nei ricordi di un anno che ha fatto parecchio male, di quell’anno che mi ha messo nuovamente di fronte ai limiti della mia sensibilità e alla complessità della mia mente. L’anno dell’autoimmunità scatenata dalle mie paure. L’anno in cui mi sono aggredita di nuovo; l’anno in cui ho iniziato a mangiare la mia pelle, il mio involucro; la pelle delle mie radici, la pelle dei miei piedi. Al buio rotoliamo giù dal Montée de la Bonne Mère verso la Bouillabaisse, la zuppa di pesce, più buona di Marsiglia, con un pane all’aglio che solo la Madonna sa. E faremo festa, lasciandoci alle spalle tutte le confezioni di Clobesol unguento spalmate sulla psoriasi, le splendide siringhe di Reumaflex, chemioterapico simpatico, le foline, le statine e tutte le ine che mi hanno rinfilato. E di sicuro una compagna migliore di mia sorella, della mia Susi cara, mai ci sarà; mai con nessuno potrò essere così libera come con la persona che mi ha insegnato l’amore per i viaggi, l’amore per gli sconosciuti, l’amore per la scoperta, l’amore per la differenza, l’amore per il mondo da cui vengo. Con Susi, ogni pezzo di mondo può diventare il mio mondo e se questo mondo si chiama Marsiaglia poi, con la sua anima del sud pari alla nostra, diventa indubbiamente casa, il luogo dove abbracciare chiunque per auguragli un anno nuovo, distribuire stelle filanti accese a delle splendidi diciottenni tutte nostre sorelle, ballare fuori ad un locale come fosse la tua festa di compleanno e importunare gente, importunarla per scambiarsi un sorriso, un sorriso luminoso che ci riporti tutti in pace.
Un sorriso luminoso che ci riporti tutti alla luce, quella che ha reso la prima tappa del nostro viaggio uno specchio speciale in cui guardarsi.
Potete vedere le foto nella sezione Worldviews in questo sito.
A Marsiglia, a Susi, alla mia testa.
