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MI BATTEZZO. Ovvero: come mi presento.

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Mi battezzo. Battezzo me, non lo spazio. Me in questa nuova narrazione. I disordini del nostro tempo ci obbligano a prendere posizione, anche e soprattutto, nella rappresentazione di noi stessi. Dunque si cercano nuovi porti e per il momento decido di approdare qui.
Sin dal principio la mia vita si è intrecciata con un mistero; con una storia più grande di me che mi ha indubbiamente reso la persona che sono. Senza giudizio alcuno, puramente chi sono. Nessun ricordo di me esula da quel mistero, tanto da poterlo definire l’incipit della mia storia.

Il massimo del ricordo che ho dell’accaduto in sé, dell’incidente che conduce al mistero, è un Cicciobello nel passeggino che alcuni sconosciuti mi consegnavano per salutarmi e scusarsi della morte mancata. Dei loro visi non ricordo manco l’ombra. La luce dell’ospedale sì. Erano artisti di strada. Uno di loro non aveva agganciato bene in vita il contrappeso che gli serviva per l’equilibrio sul filo e, salendo giust’appunto dal palo dove ero io sulle spalle di mio padre, allora ancora padre, perse quel contrappeso di ferro che piombò sull’arcata sopracciliare destra, di taglio, della bimba a testa in sù, stordita dallo stupore: ovvero io. Per fortuna guardavo all’insù. Andai in coma per qualche giorno.Al ritorno da questo primissimo trasgressivo viaggio, avevo preso una bella botta. Bisognava operarmi, ricompormi l’osso e con grande sorpresa ci pensò la Madonna di Lourdes. Non ridete. E’ vero. Mia madre una notte la sognò, con le rose sui piedi ed il drappo azzurro, ed io non mi operai più. Il dottor Dioguardi lo disse a mia madre. Fu lui a dirgli che era inspiegabile e fu lui sicuramente a dirlo anche a me ma io non avevo l’età per registrare certi dati. Bastava il Cicciobello, allora. Dell’accaduto mi è rimasto solo un segno, una cicatrice che, a detta della mia memoria è sempre stata lì. Il resto andò miracolosamente a posto. Avevo 4 anni e da allora io e la Madonna di Lourdes abbiamo sempre viaggiato insieme.
No, non di certo per chiese o evocazioni. Semplicemente nella vita, nelle strade di ogni giorno; vicissitudini che ci hanno collegate, o meglio hanno collegato me a lei visto che nella storia è la più alta in grado, anche solo per anzianità. Educazione degli anni 80, questa. Così intorno ai 5 anni, avevo una copia della grotta di Massabielle nello spiazzale della falegnameria di mio padre; nella campagna del nonno Giovanni dove sarebbe sorta la casa nella quale vivo ancora oggi. Se mi affacciassi anche adesso alla porta, la luce mi condurrebbe alla Signora e a Bernadette, specchio in scala del mio personalissimo miracolo. Si narra che il giorno in cui Don Mario venne a benedire la grotta ci fosse il sole fino al momento della benedizione, quando apparve una nuvola e iniziò a piovere. Poche gocce ma significative. Io ricordo solo me e Isabella, mia cugina, vestite con i completini nuovi che nostra nonna, Mamamma, aveva comprato per noi dal Postalmarket. Se non sapete cos’è, è perchè siete giovani e forti. Allora era progresso. Ovviamente ricordo tutto ciò solo grazie all’esistenza della fotografia. Il resto vaga nell’oblio.

Da lì in poi non è mancata coincidenza. Lei c’è sempre stata. Io non ho mai visto la Madonna, ma di certo lei teneva, e tiene, d’occhio me.

L’incontro ravvicinato numero 2 è avvenuto nel 2000, 25 anni or sono, quando ho scoperto l’esistenza dell’etmoide. Sì lo so, non sapete cosa è. Meglio così. Io lo so solo perchè mio padre quell’anno, all’etmoide, ebbe un tumore. Il suo primo tumore. Non è una grande storia da raccontare, anche se il lieto fine ha molto a che fare con il punto di vista, ma di fatto quell’intervento malefico, quello in cui aprirono il cranio di mio padre come quello di un allegro chirurgo più evoluto, avvenne l’11 febbraio, sotto l’ala protettrice della Madonna di Lourdes nel giorno della sua ricorrenza. L’intervento fu un successo, contro una buona percentuale di previsione.

Da allora, ogni 11 febbraio vado a messa, l’ultima volta 4 giorni fa. Spunto da cui nasce questo dialogo esteriorizzato. Nella foto mia madre riceve l’unzione del malato, particolarità della messa dedicata alla Signora, protettrice dei malati. Di seguito toccherà a me, malata soprattutto nello spirito.

La terza coincidenza avviene l’anno successivo, 2001. Papà ritornerà in sala operatoria per asportare un altro pezzettino della sua testa, proprio nelle ore in cui le torri gemelle crolleranno. Dopo questa nuova prova, a luglio, decidiamo di andare tutti - ma proprio tutti, padre e reticenza inclusi - a ringraziare. Senza saperlo siamo arrivati proprio nel giorno più importante per la storia di Lourdes, il 16 luglio, giorno in cui si celebra l’ultima apparizione, la più importante, quella in cui la Signora rivela a Bernadette il dogma da poco stabilito dalla Chiesa: io sono l’Immacolata Concezione. Il giorno della prova provata. Lei, pastorella, non poteva saperlo. Ed onestamente manco noi. Chiaramente e come sempre, ricordo pochissimo di quel luglio 2001. Ricordo la confessione alla grotta, il bagno gelido nella vasca, la processione del malato ma vivissima resta in me ancora la percezione di quello spazio: un cratere, come una realtà nascosta, protetta da invisibili argini, su cui una porzione di cielo persiste pur cambiando continuamente. Un posto segreto, su una dimensione parallela che interseca la nostra. Come in un’opera di Escher.

Io non capisco mai quanta FEDE pongo in certi pensieri. Me lo chiedo da sola: Nicla, come ti poni davanti alla fede?
Ecco, io non riesco a pormi. Non ho evidentemente le carte in regola per non credere, cozzerei contro la mia storia. La me stessa, però, sa bene che è il fascino di questa enormità a prenderle il cuore, a regalarle questa rassicurante dolce aria protettrice. Sentire la presenza del Tutto, dell’infinito. Sì, ma a cosa crediamo io e me stessa?
E a questo, costantemente, non so rispondere.
Posso solo prendere atto della meraviglia che, ancora, dopo 40 anni, mi assale quando penso a questa storia, quando ricollego quei punti così poco saldi ma portanti sui quali si poggia la mia struttura più silenziosa, quella che tanto scalpita e freme.
Una grande meraviglia in cui rifletto, mi rifletto e nella quale riconosco molto di me.
Che sia fede o no, è un dono.
Io sono Nicla.

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